Migranti, cambiano le “rotte”. A migliaia stanno raggiungendo la Bosnia

(Teleborsa) – Da tre mesi stanno confluendo verso il nord della Bosnia ed Erzegovina tutti i profughi della Rotta Balcanica da Serbia, Grecia, Bulgaria e Montenegro, come stanno documentando i collaboratori di Teleborsa Nicola Fornaciari e Gabriele Gatti impegnati in inedito reportage foto-cinematografico nei territori della ex Jugoslavia. I motivi sono svariati: la precedente rotta che vedeva la Serbia come il primo Paese di accesso all’Europa ora non è più attiva poiché il confine con l’Ungheria è sbarrato dal Muro di Orbàn e i valichi al confine serbo-croato sono famigerati per i pestaggi e i respingimenti della polizia.

In questo periodo si è sviluppata una grande concentrazione di migranti in due località lungo il confine con la Croazia. A Bihac più di 2000 persone hanno trovato rifugio in un vecchio studentato poco lontano dalla città, mentre a Velika Kladuša circa 300 persone sono accampate in un terreno poco distante dal confine.

In un paese come la Bosnia, provato da una situazione economica precaria che spinge soprattutto i giovani a spostarsi dalle campagne alla capitale o ad emigrare in Germania, la gestione dei profughi è un capitolo che rischia di risvegliare conflitti non ancora assimilati.

“Questa città ha dato prova di essere una città aperta – ci ha detto Šuhret Fazlic, sindaco di Bihac  – ma abbiamo una protesta in atto a Sarajevo contro il Ministero della Sicurezza poiché la gestione è stata lasciata tutta a carico nostro. Non abbiamo ricevuto alcun finanziamento dal Governo centrale per la gestione di questo fenomeno”. Bihac è città di 62mila abitanti nella parte nordoccidentale della Bosnia ed Erzegovina, centro del cantone di Una-Sana della Federazione.

OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) e UNHCR sono a capo della gestione dei campi sul territorio bosniaco. Queste organizzazioni internazionali hanno notevolmente aumentato le assunzioni di nuovi operatori non qualificati, cavalcando l’onda dell’emergenza sul confine bosniaco-croato. L’inserimento di operatori bosniaci sta tuttavia creando gravi disparità all’interno delle comunità di frontiera dove la popolazione, già provata da un’economia ristagnante e da un passato di guerra civile, vede solo da lontano il grande flusso di denaro che la gestione dell’emergenza sta portando in Bosnia.

Ad oggi, con l’inverno che avanza, non esiste però un piano per il futuro che permetta di trovare una soluzione al collo di bottiglia creatosi nel nord della Bosnia. Dove anzi, rischia di ripetersi ciò che successe in Serbia, quando l’apertura di campi su tutto il territorio nazionale non solo destabilizzò ancora il Paese ma non creò soluzioni continuative di gestione del flusso di migranti chedal 2015 continua ad infrangersi come un’onda sui confini europeidifesi per lo più a colpi di manganello.

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