MES o BTP? Per il premier Conte questo è il dilemma

(Teleborsa) – Strano l’improvviso outing del premier Conte sul MES in sede di presentazione dell’ultimo DPCM. E davvero strane le motivazioni che il premier ha addotto per affossare, almeno per il momento, l’utilizzo dei 37miliardi che il MES sarebbe in grado di metterci subito disposizione per fronteggiare le spese sanitarie generate dalla pandemia.

E poiché le spiegazioni fornite in diretta televisiva, ancorché ammantate di una patina economica, hanno un forte retrogusto politico, forse può essere utile fare una premessa e qualche considerazione a riguardo.

La premessa è che il premier ha finalmente ritenuto di abbandonare l’indifendibile posizione di un MES in grado di limitare la nostra sovranità nazionale attraverso la previsione di forti condizionalità. Insomma, l’idea di un MES “cavallo di troia” in grado di far penetrare nottetempo la Troika nel nostro Paese non è stata, inaspettatamente, rievocata come uno spauracchio.

Ciò detto, il premier ha evidenziato come l’utilizzo dei fondi del MES non comporti un risparmio apprezzabile rispetto ai rendimenti oggi offerti sui nostri BTP. E qui però sorge un primo problema. Il confronto tra il costo del finanziamento della spesa sanitaria mediante emissioni di BTP ed il costo del ricorso ai fondi del MES non può basarsi solo sui dati odierni che vedono uno spread intorno a 130 punti, ma va fatto guardando ai prossimi anni. E, in quest’ottica, le preoccupazioni non mancano. Infatti, basterebbe uno stop anche temporaneo all’erogazione dei fondi del Recovery Fund per colpa dei 4 paesi Frugali (Olanda, Svezia, Danimarca e Austria) o dei paesi dell’Est non molto amanti dei diritti umani per far schizzare lo spread verso quote preoccupanti. Stesse conseguenze se, a causa di contrasti di natura politica, non riuscissimo a sfruttare i 209 miliardi del Recovery Fund per superare i nostri storici fardelli strutturali perdendo così una occasione irripetibile. Senza contare che, qualora non riuscissimo (quando sarà) ad agganciare la ripresa e rimanessimo indietro rispetto agli altri Paesi europei, verosimilmente il “sentiment dei mercati” prenderebbe il sopravvento, come nel novembre 2011, aspirando rendimenti e spread in un vortice difficilmente controllabile.

Il premier Conte ha poi rammentato che, comunque sia, i fondi del MES costituiscono ulteriore debito che prima o poi dovrà essere rimborsato. E che per fare questo potrebbe essere necessario varare nuove tasse. Ora, la prima cattiva notizia per il premier è che anche il finanziamento delle spese sanitarie con emissioni di BTP costituisce nuovo debito da rimborsare e che quindi, seguendo il suo ragionamento, anche queste ulteriori emissioni potrebbero comportare altre tasse per il contribuente italiano. La seconda cattiva notizia è che, escludendo la parte a fondo perduto, anche il Recovery Fund è ulteriore debito che deve essere rimborsato. Di conseguenza, sempre seguendo il ragionamento del Premier, anche l’utilizzo dei 127 miliardi di prestiti del Recovery Fund potrebbe portare ad un innalzamento della tassazione proprio come il MES.

Da ultimo, il Premier ha avvisato che, qualora l’Italia fosse il solo Paese ad utilizzare i fondi della Pandemic Line del MES, potrebbe manifestarsi il “rischio stigma”. In altre parole, l’Italia potrebbe essere marchiata a fuoco come venivano marchiate le adultere americane del 1600 con la “lettera scarlatta”. Ora, è difficile pensare che gli investitori ed i mercati non riescano a distinguere un Paese sull’orlo del default da un Paese che cerca di fronteggiare l’emergenza sanitaria con fonti finanziarie adeguate. Anzi, forse è vero proprio il contrario. Forse gli investitori guarderebbero con sospetto un governo che, potendo scegliere tra due fonti per finanziare interventi urgenti nella sanità, scegliesse deliberatamente di finanziarli con una fonte più costosa solo per motivi legati agli equilibri politici. In questo caso davvero potrebbe crearsi un “effetto stigma” perché potrebbe far insorgere dei dubbi sulla affidabilità di un Paese a cui si stanno per dare una ottantina di miliardi a fondo perduto.

di

Andrea Ferretti

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