Mercati: Fed e Brexit al centro della scena nella scorsa ottava

(Teleborsa) – La crescente incertezza legata all’esito delle prossime elezioni presidenziali statunitensi ha riacceso l’avversione al rischio sui mercati finanziari. La settimana appena conclusa ha segnato di rosso il comparto azionario, ha visto i tassi governativi in leggera
discesa, spread corporate in allargamento e dollaro debole, rilevano di esperti di Banca Piemonte nel loro weekly report. Si potrebbe quasi considerare tale tendenza come una “prova generale” in caso di vittoria di Trump. Negli ultimi giorni il candidato repubblicano è infatti balzato in testa ai sondaggi, come conseguenza del riaccendersi dello scandalo relativo alle e-mail della Clinton. Sembra chiaro, a questo punto, quale sia l’atteggiamento dei mercati finanziari, più inclini a valutare positivamente una Presidente Clinton piuttosto che un Presidente Trump.

La reazione sulla divisa statunitense è stata evidente: la decrescita rispetto alle principali valute (tranne Peso messicano, naturalmente) è stata causata da due principali fattori: una percezione di maggior debolezza delle finanze pubbliche per via di politiche fiscali più aggressive e disordinate, e da una prospettiva futura di maggiori difficoltà (a fronte delle possibili turbolenze sui mercati finanziari tipiche delle fasi di risk-off) riscontrabili da parte della Federal Reserve nel processo di normalizzazione dei tassi.

La stessa Federal Reserve, durante l’ultima riunione mensile, ha rimandato, come da aspettative, ogni decisione al prossimo meeting di dicembre, ponendo però l’accento sulla necessità di agire e proseguire la graduale strada di rialzo dei tassi; a parità di
condizioni, al momento sono presenti tutti i presupposti per procedere ad un incremento.

Sul fronte macro, infatti, i segnali che provengono dalle principali aree sviluppate continuano ad essere incoraggianti. A letture stabili dell’inflazione in Europa, fanno da contraltare dati più forti delle aspettative sugli indici anticipatori del ciclo economico
PMI a livello globale e ISM negli Stati Uniti, con il settore manifatturiero in fase di miglioramento e quello dei servizi in stabilizzazione.

Tornando ai mercati, la reazione negativa del comparto azionario è stata anche alimentata da due elementi sostanziali: da un lato una stagione reportistica che, pur riservando sorprese positive, lascia poco spazio per una corposa revisione al rialzo delle aspettative di crescita degli utili, e dall’altro dalle quotazioni del petrolio, che si sono riportate sui minimi del mese scorso dopo che i dati sulle scorte si sono rivelati essere più positivi del previsto. Per quanto riguarda la traiettoria degli utili aziendali, soprattutto negli Stati Uniti, la pubblicazione dei risultati relativi al 3Q sta evidenziando come il segno negativo sulla crescita sia venuto meno; le incertezze sui prossimi trimestri, però, sono elevate e le guidance fornite dalle società non sono tali da permettere alla maggioranza degli analisti di rivedere significativamente al rialzo le stime né per l’anno corrente, né per il prossimo.

Si è assistito, inoltre, a movimenti importanti sul debito greco, che era quasi finito fuori dai radar dei principali investitori. Le indiscrezioni circa la possibilità di un haircut del debito detenuto dagli investitori istituzionali (Bce ed Fmi in primis), sta fornendo il giusto carburante per l’impennata delle quotazioni e la discesa del rendimento.

Un effetto limitato, per contro, hanno avuto le notizie provenienti da oltre la Manica; la Corte Suprema ha imposto un passaggio parlamentare prima di poter attivare l’ormai famoso articolo 50, indebolendo così la posizione della May o addirittura, a detta di alcuni, mettendo in forse la possibile attuazione della Brexit. Se i mercati azionari e quelli obbligazionari hanno assorbito la notizia con variazioni minime, su quelli valutari si è assistito ad un deciso apprezzamento della sterlina, che si è rapidamente allontanata dall’area 0,90 vs Euro. È ragionevole aspettarsi un ulteriore recupero della divisa inglese se il negoziato che porterà la Gran Bretagna al di fuori dell’Unione Europea divenisse meno aspro ed implicasse condizioni economiche meno sfavorevoli per l’Inghilterra.

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