Mercati: dollaro debole ed eccesso di debito indeboliscono l’economia USA

(Teleborsa) – “Il dollaro si trova esposto a una fase di debolezza di lungo termine che avrà importanti ripercussioni sugli equilibri finanziari internazionali e sui mercati. Dato che la Fed non potrà alzare i tassi come vorrebbe per non procurare una recessione e dato che il ciclo del credito al consumo negli Stati Uniti è in una fase piuttosto matura, l’economia USA non riuscirà a smuoversi dai tassi di crescita recenti ed eventuali uscite al rialzo da questa tendenza non potranno durare”. Questa l’analisi di Maurizio Novelli, gestore del Lemanik Global Strategy Fund.

Negli ultimi due anni i mercati finanziari hanno interpretato il rialzo dei tassi americani come una conferma della ripresa dell’economia e del successo del reflation trade. Il dollaro ha però interrotto il suo trend di rialzo a dicembre 2016, quando invece avrebbe dovuto rafforzarsi grazie ai piani fiscali promessi dal nuovo governo Repubblicano. La Fed nel frattempo ha aumentato i tassi d’interesse ma la divisa americana ha iniziato comunque a cedere contro tutte le valute. Ora si teme che, senza un’ulteriore spinta derivante dallo stimolo fiscale, il ciclo americano possa cedere sotto il peso raggiunto dal debito privato accumulato in questi ultimi tre anni.

“La massa di ulteriore debito accumulata è tale che forse è meglio pensarci due volte prima di intraprendere deleterie politiche monetarie restrittive solo per far credere che il ciclo dell’economia è solido. Nella realtà la crescita di questi ultimi tre anni si è basata ancora una volta sull’esplosione del leverage, non più nelle banche, ma nel settore privato e corporate” spiega Novelli. “Altro punto che non depone a favore del dollaro è che i mercati valutari hanno ormai capito che il Quantitative Easing della BCE difficilmente può essere sostenuto ancora per molto tempo. E’ infatti molto probabile che la prossima notizia proveniente dalla BCE sarà quella di una riduzione del Qe e non di una sua espansione o prolungamento”.

In aggiunta a questi segnali si deve sottolineare il recente rafforzamento della divisa cinese, un fattore molto importante per la direzione del dollaro sui mercati valutari. Le autorità cinesi si sono infatti impegnate da diversi mesi a stabilizzare il renminbi e frenare il deflusso di capitali dalla Cina. Questo porta inevitabilmente a un calo della domanda di dollari per finanziare acquisizioni sui mercati esteri. Nel complesso sia Cina che Stati Uniti preferiscono un dollaro debole e anche se la BCE cerca di “ribellarsi” a questo meccanismo sarà molto difficile impedirlo.

“Nei prossimi due-tre anni il dollaro dovrebbe muoversi verso livelli di 1,45/1,55 contro euro e subire un netto deflusso di capitali a favore dei mercati emergenti che andrebbero a colmare il gap strutturale di svalutazione competitiva attuato in questi ultimi dieci anni. Il “mondo emergente” sarebbe dunque sottoposto a una generale rivalutazione delle divise e a un contestuale abbassamento generale dei tassi d’interesse che porterebbe benefici strutturali in termini di stimolo all’economia mondiale” continua Novelli. Da questo punto di vista si metterebbe fine al processo deflazionistico alimentato dalle svalutazioni competitive e l’inflazione si muoverebbe al rialzo con ovvie implicazioni negative per i mercati obbligazionari. Il potere d’acquisto generato dalle rivalutazioni delle divise dei paesi emergenti dovrebbe sostenere i consumi internazionali. La domanda interna in Europa e in Giappone continuerà invece a ristagnare per motivi demografici, mentre negli Stati Uniti l’eccesso di debito accumulato dal sistema pubblico e privato rischia di incidere negativamente sui consumi e sulla crescita nel medio lungo periodo.

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