Marco Bentivogli a TLB: il Segretario generale Fim-Cisl su “manovra”

(Teleborsa) – Marco Bentivogli, 48 anni, veneto, di Conegliano, è un sindacalista italiano, Segretario generale della Federazione Italiana Metalmeccanici (FIM CISL) dal 13 novembre 2014. In un’intervista a Teleborsa, Bentivogli ha espresso sulla manovra le critiche del sindacato sindacato da lui rappresentati.

Segretario, a proposito della manovra, cosa ne pensa della Legge di previsione di Bilancio che nelle prossime ore sarà votata alla Camera per la definitiva approvazione?

“Entro il 31 dicembre va approvata la legge di bilancio e non è mai accaduto nella storia della Repubblica che solo il 22 dicembre si conoscano i contenuti con un parlamento costretto a votarla, praticamente al buio. Siamo di fronte ad un’idea elettoralistica e viziata del Governo del Paese, altro che democrazia diretta. Diretta forse significa che si votano i provvedimenti senza neanche conoscerli, non solo da parte dei parlamentari ma dai Ministri stessi. Continui errori, richieste di modifiche, con Ministri che “non sapevano”. Il fatto grave, è che siamo arrivati a questo punto dopo quattro mesi di pasticci, con miliardi di euro bruciati in un braccio di ferro con l’Europa, inutile e deleterio che alla fine ha portato il Paese nelle mani dell’Europa. Un Governo sovranista che ha ceduto completamente la sovranità a chi l’ha contestata. La Grecia sottoposta a procedura d’infrazione ha tutelato meglio la sua sovranità. L’ufficio parlamentare di bilancio ha stimato in un aumento della pressione fiscale al 42,4%, le imprese hanno calcolato in 6 miliardi di maggiori tasse. Noi chiediamo la redistribuzione della ricchezza non del debito. L’aumento delle tasse per chi le paga e il condono agli evasori fa capire bene chi corteggia questo Governo. Spero sia chiaro quanto mortifichi il lavoro e i lavoratori. Per questo a gennaio metteremo in campo una grande manifestazione nazionale unitaria di Cgil, Cisl e Uil”.

Cosa cambierà, oggi, per i lavoratori quando il disegno di legge, come sembra ormai certo, riceverà il via libera alla Camera?

“Il taglio degli investimenti alle imprese, in particolare al piano industria 4.0, i tagli alla formazione, quelli alla ricerca, per passare alla cosiddetta eco-tassa che a parte l’ambizione del nome, non centrerà nessun obiettivo sul piano ecologico, ma colpirà al cuore l’industria dell’automotive italiana comprese le miriadi di pmi della componentistica graveranno in maniera pesante sulla nostra industria e di conseguenza sui lavoratori. Con questa si sono ridotte e tagliate le risorse su lavoro, imprese e formazione, per sostenere misure assistenzialistiche dal vago sapore elettorale. Il 51% della ricchezza del paese arriva dall’industria metalmeccanica, sarebbe bastato conoscere questo numero per capire dove andavano concentrate le poche risorse disponibili, che avrebbero dato un effetto moltiplicatore. Probabilmente i vari esponenti della maggioranza di Governo questo numero lo conoscono ma hanno deciso di guardare alla loro base elettorale piuttosto che al benessere intero del paese”.

Il taglio delle pensioni e il superamento della Legge Fornero, secondo Lei, sono validi alleati per la crescita del Paese? E il reddito di cittadinanza?

“Assolutamente no, come ho già detto questa manovra colpisce lavoratori e pensionati. La revisione del sistema di indicizzazione degli assegni a partire da quelli da 1.500 euro drenerà circa 2 miliardi e mezzo di risorse proprio dalle pensioni medio basse. La Fornero su cui il sindacato si è battuto ha in sé delle storture che vanno aggiustate, abbiamo visto in questi anni gli esodati, ma non vanno dimenticate le ragioni per cui fu necessaria quella legge. Oggi invece di rendere strutturale e stabile l’aggiustamento, nel caso introducendo e agevolando con le poche risorse disponibili l’obbligatorietà della previdenza integrativa, si rischia di vanificare tutto con l’unico scopo di fare cassa. Il reddito di cittadinanza, che poi sarebbe stato più corretto chiamare REI (Reddito di inclusione sociale) è una misura voluta fortemente dal sindacato e introdotta la scorsa finanziaria, sarebbe bastato rifinanziarla e rimodularla. Invece si è preferito farci propaganda, alimentando un’idea assistenzialistica dello Stato per cui è meglio starsene a casa a non fare nulla, piuttosto che darsi da fare e cercare un lavoro”.

Quanto, invece, la rimodulazione di industria 4.0, emerso dall’ultima lettura, potrebbe fare bene al comparto produttivo italiano?

“Il Piano Industria 4.0 ha rappresentato uno dei provvedimenti di politica pubblica di rilancio del lavoro più efficace degli ultimi 20 anni. La sua rimodulazione e riduzione (che dai precedenti 896 mln passa nel primo anno a 377 mln di risorse) riduce complessivamente la portata e l’efficacia del piano e, anche se concentra più risorse sulle PMI, alla fine penalizzerà l’una e l’altra. Le medie e grandi imprese sono quelle che trainano l’export e l’industria metalmeccanica e hanno effetto traino anche sulle piccole che spesso sono contoterziste. Si è presa una coperta e invece di allungarla si è tagliata e tirata da una sola parte, con l’unico risultato che non coprirà né l’una e né l’altra. Anche i tagli sulla formazione, che in un primo momento erano netti, e sull’alternanza scuola-lavoro, per non parlare del taglio del 30% dei premi Inail accompagnato al taglio dei fondi sulla formazione per la sicurezza, sono tutte misure che la dicono lunga rispetto all’idea di fondo che ha ispirato questa manovra, tutta contro lavoro, imprese e pensionati. Come il decreto antidelocalizzazioni e dignità, i tagli e le rimodulazioni al piano industria 4.0 sono dettati da un’idea di piccolo mondo antico dell’industria e dell’impresa che, con la fase recessiva che stiamo imboccando, ci caccerà in brutte acque”.

L’eventuale approvazione dell’ultima lettura della manovra ed il conseguente inserimento dell’ecotassa, comporterebbe un cambio di rotta per le industrie del comparto automotive, già impegnate ad operare entro piani di sviluppo predeterminati. Un’occasione persa per le sole industrie, o anche per i territori?

“Come ho già detto si. La più grossa azienda di auto FCA, che impiega direttamente 86 mila dipendenti in Italia, ha fatto sapere, rispetto al piano industriale che ci aveva annunciato lo scorso 30 novembre e che prevede 5 miliardi di euro di investimenti per la produzione di nuovi modelli ecologici di vetture in Italia, che se dovesse essere confermata questa misura dovrà rivedere il piano industriale. Se cosi fosse, sarebbe un grosso problema, insieme a Fca entrerebbero in crisi anche le aziende contoterziste e di componentistica. Si rischia uno tsunami che spazzerebbe via migliaia di posti di lavoro, regalando miliardi alle aziende estere che non producono in Italia. Ancora una volta questo governo si proclama sovranista ma regala miliardi alle imprese estere”.

Il MISE annuncia che sta portando avanti 138 tavoli di confronto sulle crisi aziendali, per un totale di 210mila posti di lavoro a rischio. Segno che la sofferenza del comparto produttivo italiano è una realtà che preoccupa?

“Il clima d’instabilità politica, lo spread che per mesi ha eroso miliardi di euro, non ha certo contribuito a dare una mano a imprese e lavoro. Stiamo registrando da alcuni mesi un rallentamento della produzione, anche il mitico triangolo Milano, Bologna, Treviso, sta rallentando, e le stime di crescita per il prossimo anno sono vicine allo zero. Gli attuali 138 tavoli di crisi, senza una politica di investimenti e con le nuove tasse sulle auto, stando così le cose, rischiano solo di crescere di numero”.

Qual’è la sua ricetta per un’inversione di tendenza?

“Per invertire questa tendenza bisogna avere un’idea di Paese che guardi ai prossimi 30/50 anni e non quella delle prossime elezioni. Siamo in una fase di cambiamenti epocali, la quarta rivoluzione industriale porta con sé l’incertezza per il futuro ma anche tante opportunità. Sta a noi saperle cogliere e indirizzarle. Per farlo servono scelte coraggiose, spesso impopolari il contrario di quelle populistiche. Puntare sulla formazione continua delle persone sarà strategico e vitale, investire sulle infrastrutture e sulla digitalizzazione del Paese, ripensare il nostro sistema produttivo e le nostre città in chiave sostenibile e smart. L’auto ecologica e a guida autonoma non funzionerà se non ci saranno le infrastrutture necessarie. Serve curare e investire sulla transizione, lavorare allo snellimento della burocrazia anche utilizzando la tecnologia, ridurre i tempi della giustizia, favorire l’accesso al credito… tutte cose che richiederebbero una capacità progettuale e il coraggio di fare scelte in un primo momento anche impopolari ma che garantirebbero futuro al paese e ai suoi cittadini”.

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