Manovra, Sangalli: no ad aumenti IVA e scorciatoie sul lavoro

(Teleborsa) – “Qualsiasi occasione di ascolto e confronto con le parti sociali con l’obiettivo di far crescere il Paese ci vede sempre disponibili e presenti“. Ma ora serve “determinazione sulla crescita ma anche sulla tenuta dei conti pubblici”.

E’ quanto ha affermato Carlo Sangalli, Presidente di Confcommercio, in un’intervista al Sole24Ore a proposito della convocazione delle parti sociali lunedì prossimo al Viminale. Secondo Sangalli “serve un tridente d`attacco: impulso agli investimenti in innovazione, investimenti infrastrutturali e riforma fiscale, a partire dal disinnesco degli aumenti Iva”.

La prima cosa da fare, ha riferito, “è disinnescare gli aumenti di Iva e accise per oltre 50 miliardi tra il 2020 e il 2021. E questo va fatto in maniera definitiva senza rimodulazioni che si tradurrebbero semplicemente in maggior prelievo e senza scambi tra più imposte indirette e meno imposte dirette. Soluzioni che avrebbero effetti fiscalmente regressivi e depressivi della domanda”.

“È evidente che, in un Paese con una pressione fiscale superiore al 42%, la riforma del fisco è l’altra grande urgenza come peraltro nelle intenzioni del ministro Tria. Un processo che – ha sottolineato – anche nella prospettiva della flat tax, deve contemplare: riordino delle aliquote e riduzione degli scaglioni di reddito; semplicità degli adempimenti; equità, con l’introduzione di una ‘no tax area’ senza disparità di trattamento tra le diverse tipologie di reddito da lavoro o da pensione; conferma del principio di progressività con un uso accorto di detrazioni e deduzioni d’imposta”.

A proposito del taglio del cuneo fiscale, il Presidente di Confcommercio ha osservato: “Il ‘meno tasse’ con l`ipotesi di queste ultime ore sul taglio del cuneo è un ottimo proposito. Ma bisogna indicarne modi, tempi e soprattutto risorse. Perché cittadini e imprese hanno necessità di prospettive chiare, mercati e finanza pubblica hanno necessità di certezze”.

E ha espresso preoccupazione per l’introduzione del salario minimo. “Siamo preoccupati. Abbiamo stimato che i costi diretti per le imprese sarebbero superiori a 6 miliardi di euro e quelli complessivi potrebbero addirittura triplicare per l`effetto domino sui diversi livelli di inquadramento”.

Secondo Sangalli “in un Paese in cui le relazioni sindacali vantano un`importante esperienza di contrattazione collettiva, affidare il tema del salario minimo alla regolazione di legge significherebbe prendere una scorciatoia che potrebbe portare fuori strada. Per due motivi: perché la remunerazione della prestazione lavorativa trova il più efficace strumento di definizione nel confronto tra le parti e perché, attraverso la contrattazione, il rapporto di lavoro viene disciplinato in una più ampia sfera di diritti e doveri fino a ricomprendere la dimensione del welfare contrattuale. La contrattazione collettiva serve anche a contrastare la diffusione dei cosiddetti contratti-pirata e a rafforzare il ruolo dei contratti sottoscritti dalle organizzazioni maggiormente rappresentative,anche in riferimento ai minimi salariali”.

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