Lo “scontro” M5S-Lega: Di Maio “spegne” Radio Padania

(Teleborsa) – Il contrasto Movimento 5 Stelle-Lega si arricchisce di altro, quanto inaspettato, capitolo. Il Ministro dello Sviluppo economico, nonché vicepremier e leader del Movimento sarebbe l’ispiratore di una lettera con cui la Direzione generale per i servizi di radiodiffusione e postali del dicastero da lui diretto ordina all’emittente della Lega l’immediata sospensione delle trasmissioni sulla rete digitale. Motivo, la violazione delle regole imposte dalla licenza concessa che impedisce trasmissioni sull’intero nazionale ma che permette solo l’emittenza in ambito locale. Ovvero esigendo il rispetto della normativa che non permette a Radio Padania di spingere la “propria voce” dal Nord Italia fino all’estremo Sud della Sicilia e di conseguenza impedire al collega vicepremier Matteo Salvini e al suo partito di utilizzare l’etere per la propria campagna elettorale in vista dell’election day del 26 maggio.

Così Radio Padania Libera di via Bellerio a Milano è entrata ufficialmente sul campo di battaglia utilizzato praticamente H24 dai due leader al momento, almeno stando alle apparenze, alleati-nemici, forti di una “contesa” ritenuta da gran parte degli “osservatori” altamente strumentale. Disputa peraltro pronta a rientrare all’indomani dei risultati della contesa elettorale, anche se magari condizionata da eventuali possibili “aggiustamenti”.

Nello scorso gennaio, l’emittente della Lega aveva richiesto al Mise contributi pubblici sulla base della necessità di pluralismo dell’informazione, qualcosa come 115 mila euro. Proprio mentre il Governo era impegnato a eliminare quei fondi statali che avevano supportato per decenni l’attività di Radio Radicale, ora sull’orlo del definitivo collasso.

A quel punto a Di Maio era stato costretto al “blocco”, con il contemporaneo avvio di un supplemento d’istruttoria che, poi, a quanto risulta, non avrebbe riscontrato niente di illegale. Conclusioni, anzi, che hanno ritenuto assolutamente legittima la richiesta dell’emittente di Salvini che, tuttavia, all’improvviso ha deciso di rinunciare al contributo. Proprio alla vigilia della pubblicazione della graduatoria dei beneficiati. “Lo abbiamo fatto per evitare ulteriori polemiche”, aveva dichiarato prontamente l’Amministratore della Cooperativa propietaria e gestore della radio, Davide Franzini.

La lettera della Direzione generale del Mise competente sulle trasmissioni radiofoniche, inviata anche all’Autorità di garanzia per le telecomunicazioni per la disposizione di eventuali provvedimenti, spiegherebbe, invece, le “anomalie” su cui sarebbe incorsa appunto Radio Padania, mettendo in luce i “limiti” previsti dalla licenza a suo tempo rilasciata. Per la cronaca, l’emittente della Lega si affida ai servizi del Consorzio EuroDAB per poter trasmettere sull’intero territorio nazionale.

EuroDAB Italia, che opera dal 2001, è l’operatore di rete autorizzato dal Ministero competente per la diffusione di segnali radiofonici in tecnologia DAB-T (Digital Audio Broadcasting). Gestisce, controlla e sviluppa l’intera rete diffusiva digitale a partire dall’ingestione dei segnali alla trasmissione degli stessi su tutto il territorio Nazionale ed è uno dei membri di WorldDAB, l’Associazione internazionale che coordina lo sviluppo della radio in digitale a livello globale.

“Si invita codesta società – scrive il Dirigente Mise Giovanni Gagliano a Radio Padania – a sospendere immediatamente la trasmissione dei propri contenuti al Consorzio EuroDAB e si comunica che, in caso di reiterata violazione, questo ministero procederà all’avvio del procedimento di revoca dell’autorizzazione rilasciata alla Radio Padania Libera il 28 agosto 2018″.

Sette giorni di tempo a Radio Padania Libera, quindi, per tornare nei ranghi del legittimo e affidare la diffusione dei propri contenuti al segnale “analogico” che permette la trasmissione in ambito geograficamente circoscritto. Appunto come da autorizzazione in possesso attualmente dopo la vendita del 2016 della concessione per “radio comunitaria nazionale”. Sette giorni, quindi, per “cessare” col digitale e presentare al Ministero proprie ragioni e documenti che possano dimostrare la legittimità della diffusione nazionale.

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