Lavoro, il rapporto sul 2020: la pandemia ha colpito soprattutto donne e under 35

(Teleborsa) – Donne, under 35 e stranieri: sono questi i lavoratori più colpiti dalla pandemia nel 2020. Gli appartenenti a queste categorie, che già prima dell’avvento del Covid-19 erano le più svantaggiate, sono stati maggiormente impattati perchè più di altri occupano posizioni lavorative meno tutelate, per giunta nei settori e nei tipi di impresa che sono stati investiti più duramente dalla crisi. È quanto emerge dal “Rapporto annuale sul mercato del lavoro” frutto della collaborazione tra Ministero del lavoro e delle politiche sociali, ISTAT, INPS, INAIL e ANPAL.

L’impatto più evidente della pandemia è quello generale sulla diminuzione di occupati e ore lavorate. Queste ultime hanno registrato una diminuzione congiunturale del 7,7% nel primo, del 15,1% nel secondo trimestre e un rimbalzo del 21% nel terzo trimestre. In totale, nei soli primi tre trimestri del 2020, rispetto allo stesso periodo del 2019, sono andate perdute 3,9 miliardi di ore lavorate. Nell’evoluzione dell’orario pro capite e, conseguentemente, del monte ore gioca un ruolo decisivo l’incidenza degli occupati assenti dal lavoro: nei dati destagionalizzati di marzo e aprile 2020 hanno superato il 30% del totale degli occupati.

In generale, a trainare il calo dell’occupazione nel primo anno di pandemia è stato il lavoro a termine (-394 mila, -12,9% nella media dei primi tre trimestri) e il lavoro autonomo (-162 mila, -3%), mentre quello a tempo indeterminato risulta in lieve aumento (+86 mila, +0,6%).

I lavoratori più colpiti

A subire maggiormente la crisi sono state le categorie più vulnerabili nel mercato del lavoro: la caduta del tasso di occupazione è stata quasi il doppio tra le donne rispetto agli uomini (-1,3 contro -0,7 punti percentuali) e più forte per gli under 35 (-1,8 punti contro -0,8 dei 35-49enni e -0,3 punti per gli over50) e per gli stranieri, per i quali il valore dell’indicatore scende al di sotto di quello degli italiani.

Per quanto riguarda le sole posizioni di lavoro dipendente, al 30 settembre 2020 il saldo annualizzato degli uomini risultava in crescita di 15 mila posizioni contro il calo di 38 mila posizioni registrato per la componente femminile. La crisi indotta dall’emergenza sanitaria ha colpito in maniera più marcata i giovani under 35 che hanno contribuito per oltre il 50% al calo del saldo nei primi nove mesi del 2020 delle posizioni dipendenti, rispetto al valore registrato nello stesso periodo del 2019, pur rappresentando il 24,0% del totale degli occupati alle dipendenze del 2019.

Le misure prese dalle aziende

Gli effetti più evidenti della pandemia sul modo di agire delle aziende sono stati il ricorso alla cassa integrazione e l’implementazione del lavoro da remoto. Nella prima fase della pandemia, il 63,1% delle imprese con almeno 3 addetti ha utilizzato la CIG-Covid, quota che si è ridotta al 41,8% nel periodo da giugno a novembre. È significativo anche il ricorso alle ferie obbligatorie e alla riduzione delle ore e dei turni di lavoro che ha riguardato, per ciascuna delle due misure, circa il 30% delle imprese nella prima fase e il 20% nella seconda.

Tra marzo e settembre sono stati più di 6 milioni i lavoratori che hanno avuto almeno un trattamento di cassa integrazione, con un numero medio di ore integrate pari a 263. L’intensità di ricorso alla CIG è variata: mentre ad aprile il 45% dei lavoratori in CIG risultava “a zero ore”, a partire da giugno tale quota si è ridotta scendendo sotto il 20%. Circa la metà dei cassintegrati non è più stato sospeso dopo maggio. Il numero di cassintegrati per almeno cinque mesi (continuativi o meno) è pari al 23%.

Nel secondo trimestre 2020, quello che riguarda la prima ondata di restrizioni, il lavoro da casa ha interessato oltre 4 milioni di lavoratori, il 19,4% del totale (era il 4,6% nel secondo trimestre 2019). La quota di lavoratori in smart working nelle imprese che lo hanno attivato sale dal 5% del periodo precedente il Covid-19, al 47% dei mesi di lockdown di marzo-aprile, per assestarsi intorno al 30% da maggio in avanti.

La continuità dei posti di lavoro

Durante il periodo del primo lockdown, dal 1 febbraio al 3 maggio, nel settore privato si sono registrate circa 1 milione e 667 mila cessazioni di rapporti di lavoro, che hanno interessato poco più di 1 milione e 350 mila individui. Di questi più di 972 mila (72%, +12 punti in più di quanto osservato negli anni precedenti) non risultavano avere alcun rapporto di lavoro attivo alla data del 3 maggio 2020.

Rispetto agli anni precedenti si sono trovati in tale condizione più gli italiani, i 25-34-enni, e coloro che erano occupati nel Centro-nord o nei settori dell’alloggio e ristorazione e delle costruzioni. Nel periodo del post-lockdown, a partire dal 4 maggio, poco meno della metà (il 48%) dei 972 mila non occupati è rientrato almeno una volta nell’occupazione dipendente, una percentuale leggermente più elevata rispetto agli anni precedenti e corrispondente a quasi 467 mila individui.

Se la maggiore probabilità di reimpiego ha interessato, a esclusione delle donne, tutte le componenti dell’offerta di lavoro, favorendo in particolare gli uomini e gli ultra 34enni, tuttavia i tempi medi di reingresso (95 giorni) sono stati più lunghi rispetto all’annualità precedente: in particolare per i giovani e per gli occupati nei servizi dell’alloggio e della ristorazione (rispettivamente 100 e 106 giorni).

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