Italia, crescita ferma al palo: quali i motivi?

Lo abbiamo chiesto all'economista Enrico Giovannini, ex Ministro del Lavoro e portavoce ASviS

(TELEBORSA) – Tra addetti ai lavori e non, è considerato un paladino dello sviluppo sostenibile: Enrico Giovannini, Professore ordinario di statistica economica all’università Tor Vergata di Roma,  nel 2013-2014, ha ricoperto l’incarico di Ministro del Lavoro dell’esecutivo Letta, dopo essere stato, in precedenza, Chief statistician dell’Ocse dal 2001 al 2009 e, successivamente, Presidente dell’Istat, dal 2009 al 2013. L’ultimo impegno, in ordine cronologico, quello di Portavoce dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (ASviS).

Teleborsa lo ha intervistato per fare il punto sulla situazione dell’economia italiana, in affanno ormai da anni per capire come siamo arrivati fin qui e, soprattutto, cosa si può fare per correre ai ripari.

Professore, l’Italia da troppi anni, ormai, cresce a ritmi anemici? Perché?

L’intero occidente è caratterizzato da quello che molti economisti chiamano “stagnazione secolare”, cioè un tasso di crescita strutturalmente basso, ma è evidente che l’Italia ha più difficoltà di altri paesi. Le organizzazioni internazionali hanno da tempo identificato i problemi principali, che hanno a che fare con l’invecchiamento della popolazione, gli ostacoli all’imprenditorialità, carenze nei sistemi formativi, rigidità burocratiche, pochi investimenti in innovazione e ricerca, incertezze nella regolamentazione, ecc. Insomma, problemi di carattere strutturale che non posso essere superati da un po’ più di spesa pubblica, troppo orientata alle spese correnti e poco agli investimenti sul futuro.

Non è certo un mistero che nel nostro Paese la vera emergenza sia il lavoro. Come si può oggi riqualificare e rilanciare il lavoro, soprattutto per i giovani, i più penalizzati e costretti spesso a cercare miglior fortuna all’estero?

La bassa crescita offre poche opportunità di assunzioni, il “nanismo” delle imprese riduce la produttività media del sistema economico e quindi spinge in basso i salari, anche quelli d’ingresso, il che impedisce di attrarre “cervelli” dall’estero. Il merito non è valutato adeguatamente da moltissime imprese e quindi i giovani migliori trovano maggiori opportunità all’estero. Anche in questo caso non serve tanto un singolo provvedimento, quanto un insieme articolato di politiche e un atteggiamento delle imprese favorevole al ricambio generazionale. Ma per un paese che tende ad invecchiare e non cresce sul piano economico questo è molto difficile.

Lei è portavoce dell’ASviS ed è stato un paladino della sostenibilità fin dalla prima ora. Qual è la situazione in Italia e, rispetto ai target dell’Agenda 2030, su quali temi dobbiamo accelerare di più per recuperare terreno?

Partiamo col dire che nel corso degli anni l’Italia non ha avuto una chiara strategia legata ai temi dello sviluppo sostenibile e, per questo motivo, il nostro Paese è lontano dal raggiungimento degli Obiettivi dell’Agenda 2030 (Sustainable Development Goals – SDGs) anche dove il Rapporto ASviS 2019 registra dei progressi. Tra il 2016 e il 2017 il Paese migliora su salute e benessere, uguaglianza di genere, anche se persiste disparità di trattamento salariale tra uomo e donna, condizione economica e occupazionale, ma sono ancora troppi i giovani che non lavorano e non studiano, soprattutto nel Mezzogiorno. Passi in avanti si registrano poi sulla cooperazione internazionale, sull’innovazione e sul contrasto alle disuguaglianze, sulla promozione di modelli di consumo e produzione sostenibili, sulla qualità della governance, della giustizia e delle istituzioni del Paese. Buone notizie arrivano infine dalla condizione delle nostre città, ma va ricordato che in Italia si respira ancora la peggior aria d’Europa. La situazione rimane invariata per l’educazione e il cambiamento climatico, ma va ricordato che le emissioni gas serra sono di nuovo in crescita. Peggiorano invece i seguenti Obiettivi: sconfiggere la povertà, dove aumentano sia le persone in povertà assoluta sia quelle in povertà relativa; alimentazione e agricoltura sostenibili; acqua e strutture igienico-sanitarie; sistema energetico; tutela dei mari e degli ecosistemi terrestri, quest’ultimi fortemente minacciati dal persistente consumo di suolo.

L’UE targata Von der Leyen ha annunciato la svolta green – anche in scia a un’attenzione sempre più crescente verso la tematica ambientale: quali potranno essere i benefici per il nostro Paese?

La nuova presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, è stata chiara fin dal suo discorso di insediamento: le politiche europee devono avere come obiettivo il perseguimento degli SDGs. Intenzione confermata dalle lettere di missione inviate ai rispettivi Commissari dove viene specificato che ognuno è responsabile, nell’ambito delle proprie competenze, del raggiungimento dell’Agenda 2030. In seguito è arrivata la decisione della Banca Europea per gli Investimenti (BEI) di interrompere i finanziamenti ai progetti legati all’energia fossile dall’inizio del 2022, puntando così a diventare una sorta di green bank. Una nuova prospettiva di investimento che segnala come la questione non sia solo ambientale e che può essere sfruttata dal nostro Paese per cambiare il proprio modello di sviluppo. L’Europa ha infatti previsto mille miliardi di euro di investimenti da destinare ai settori meno impattanti nei prossimi anni, l’Italia deve farsi trovare pronta a sfruttare questi fondi per lo sviluppo e l’ammodernamento del Paese, per combattere il crescere delle disuguaglianze e per agevolare il processo di decarbonizzazione. Se invece che subire, come accaduto in passato, l’Italia diventasse protagonista della trasformazione in atto, allora i benefici economici, ambientali e sociali, potrebbero essere davvero tanti, considerate le risorse finanziarie messe a disposizione per i prossimi anni.

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