Istat: per due imprese su tre fatturato in calo, per il 32,4% a rischio la sostenibilità

(Teleborsa) – Tra giugno e ottobre si sono registrate riduzioni di fatturato per oltre due terzi delle imprese. È quanto emerge dal report Istat sulla situazione e le prospettive delle imprese nell’emergenza sanitaria Covid-19.

Il 68,4% delle imprese (che rappresentano il 66,2% dell’occupazione), infatti, ha dichiarato una riduzione del fatturato nei mesi giugno-ottobre 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019. Nella gran maggioranza dei casi (il 45,6%) questo si è ridotto tra il 10% e il 50%, mentre per il 13,6% si è più che dimezzato. Solo nel 9,2% dei casi il fatturato è diminuito meno del 10%. Rispetto a quanto rilevato per il bimestre marzo-aprile 2020, è stata confermata l’elevata incidenza di imprese con il valore delle vendite in flessione (erano il 70%) ma si riduce l’intensità: il 41,4% delle imprese aveva infatti riportato una riduzione del fatturato superiore al 50% rispetto agli stessi mesi del 2019, il 27,1% tra il 10 e il 50% e il 3% meno del 10%.

Quanto alle stime per il mese di dicembre e i primi due mesi del 2021, il 61,5% delle imprese ha previsto una contrazione del fatturato rispetto agli stessi mesi dell’anno precedente. Nel 40% dei casi il calo è previsto tra il 10 e il 50%, nel 15,1% di oltre il 50% e nel 6,4% di meno del 10%.

Secondo l’indagine dell’Istituto di Statistica , il 32,4% (con il 21,1% di occupati) segnala rischi operativi e di sostenibilità della propria attività, mentre il 37,5% ha richiesto il sostegno pubblico per liquidità e credito, ottenendolo nell’80% dei casi. La frequenza è più elevata per le imprese più piccole (39,2%) rispetto alle grandi (21,9%), le quali hanno utilizzato meno il canale bancario per fronteggiare la mancanza di liquidità. Una maggiore incidenza di richieste si registra nel settori più propensi ad accendere nuovo debito bancario: si tratta dei settori del commercio, trasporti e magazzinaggio, attività di alloggio e ristorazione, produzione di beni alimentari e di consumo.

L’85% delle unità produttive “chiuse” – complessivamente risultano non operative circa 72mila imprese che rappresentano il 4% dell’occupazione – sono microimprese e si concentrano nel settore dei servizi non commerciali (58 mila unità, pari al 12,5% del totale), in cui è elevata anche la quota di aziende parzialmente aperte (35,2%). Lo studio riporta come siano le attività sportive e di intrattenimento a presentare la più alta incidenza di chiusura, seguite dai servizi alberghieri e ricettivi e dalle case da gioco. Una quota significativa di imprese attualmente non operative si riscontra anche nel settore della ristorazione (circa 30 mila imprese di cui 5 mila non prevedono di riprendere) e in quello del commercio al dettaglio (7 mila imprese).

Il 28,3% degli esercizi al dettaglio chiusi non prevede di riaprire rispetto all’11,3% delle strutture ricettive, al 14,6% delle attività sportive e di intrattenimento e al 17,3% delle imprese di servizi di ristorazione non operative. Tra le imprese attualmente non operative, quelle presenti nel Mezzogiorno sono a maggior rischio di chiusura definitiva: il 31,9% delle imprese chiuse (pari a 6 mila unità) prevede di non riaprire, rispetto al 27,6% del Centro, al 23% del Nord-ovest e al 13,8% del Nord-est (24% in Italia).

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