Istat, Blangiardo: “Bisognerà rimboccarsi le maniche per aprire fase della ricostruzione”

(Teleborsa) – C’è un covid “visibile” e un altro, la parte sommersa dell’iceberg, ancora da scoprire. Ecco perchè ogni volta che si parla di numeri da coronavirus si rischia, purtroppo, di fotografare una verità parziale.

“Abbiamo tre tipi di morti: quelli ricollegabili soprattutto al Covid, con o senza altre patologie; coloro che non muoiono di Covid ma per Covid; e infine ci sono i morti che non hanno contratto Covid” : lo ha detto a Teleborsa il Presidente dell’Istat, Gian Carlo Blangiardo annunciando che, d’intesa con il Ministero della Salute e il Comitato scientifico che fa capo alla Protezione Civile, l’Istituto nazionale di statistica effettuerà indagini sul campo per portare a galla proprio la parte sommersa dell’ “iceberg Covid”, coinvolgendo un campione molto ampio e rappresentativo della popolazione italiana, analizzato con procedure sanitarie come tamponi ed esami del sangue. Lavorare, dunque, quanto più possibile per ampliare la conoscenza del fenomeno, supportati dai numeri con un fine “chiaro”: minimizzare il rischio di aprire e poi dover tornare indietro, arrivando al dettaglio per professione, o quantomeno per ambito lavorativo, e per territorio della percentuale di contagiati”. Il punto, spiega Blangiardo, “è avere uno strumento per gestire l’uscita dall’emergenza e avviare la ripresa. Quindi, come Istat, faremo un’indagine in squadra con altri per stimare la diffusione del contagio per categorie lavorative, età, genere e territorio in modo da individuare le situazioni di rischio più o meno elevato e poi definire gli spazi di libertà”.

Presidente, rispetto al rapporto contagiati – morti nel nostro Paese c’è una anomalia: la Cina – con una popolazione infinitamente superiore alla nostra – ha avuto meno vittime (almeno dichiarate). Si è detto, l’Italia è un Paese vecchio: questo può avere inciso?

“Due osservazioni: intanto, il dato italiano è supportato e trova riscontro nei certificati di morte, noi cioè sappiamo il numero esatto dei decessi e siamo in grado di stabilire il perché dell’evento; discorso diverso per il dato della Cina, rispetto al quale non sappiamo la metodologia e le fonti usate. Sicuramente abbiamo a che fare con un fenomeno particolarmente incisivo nelle età più anziane, specie over 70, che sono dunque le più esposte anche al fenomeno di mortalità. È evidente che in Paesi come Italia, Spagna, Germania e soprattutto Giappone, ai vertici mondiali del livello di invecchiamento, ci sia un effetto di questo genere, è dunque probabile che la gravità di quanto accade sia anche una questione di struttura della popolazione. Aggiungo un terzo elemento più marginale: i mesi di gennaio e febbraio del 2020 dal punto di vista della mortalità sono stati molto favorevoli – più bassa rispetto a prima – questo fa sì che soggetti fragili siano riusciti a stare in piedi, però nel momento in cui arriva un vento forte cadono. Questo può avere contribuito, anche se in maniera minimale, ad accentuare la situazione dei decessi specie in soggetti con cronicità e in età avanzata”.

Dal punto di vista economico si naviga a vista in un mare di previsioni che però dipendono dal prolungarsi del lockdown. C’è da dire, però, che anche prima della pandemia eravamo in frenata…

“Noi veniamo da un precedente scenario che definirei di “faticoso galleggiamento”, soprattutto i dati dell’ultimo trimestre 2019 non erano proprio entusiasmanti, riduzione del fatturato, occupazione meno bene di quanto fosse andata prima, e anche le previsioni rispetto al PIL erano modeste, parliamo della famosa crescita dello “zero virgola”, quindi pressoché insignificante. E questo era il quadro in condizioni normali, certo che il coronavirus ha fatto saltare il banco. Siamo davanti a un fenomeno che ha bloccato l’economia, che non ha ancora una chiara data di sblocco, qualunque numero o scenario ipotizzato ora rischierebbe di essere poco credibile perché possiamo ragionare solo nell’ordine dei “se”. Tuttavia è possibile effettuare simulazioni sulla base, ad esempio, dell’estensione dei settori chiusi e della durata attesa del lock-down”.


Che dobbiamo aspettarci?

“La sospensione dell’attività coinvolge il 48% delle imprese non esportatrici e il 65% di quelle esportatrici. Già questo dato segnala come il blocco delle attività sia particolarmente pesante proprio per il segmento più dinamico della nostra economia, quello che ha garantito in questi anni una costante spinta propulsiva sui livelli di attività economica. In termini di fatturato, la perdita in un mese di inattività è circa 100 miliardi e in valore aggiunto è di 27 miliardi, giusto per dare un ordine di grandezza; e questo senza considerare gli effetti indiretti, stimati attraverso le simulazioni come molto rilevanti, che illustreremo nella Nota mensile in uscita il 7 aprile. Quel che sicuramente noi dobbiamo mettere in conto è che ci sarà una caduta della produzione, del PIL in generale, molto consistente ma anche un elemento propositivo: bisognerà rimboccarsi le maniche per aprire la fase della ricostruzione, operando per tutelare il più possibile il sistema produttivo e l’occupazione, per poi stimolare in modo consistente l’economia, sfruttando magari l’occasione per migliorare le condizioni di competitività del nostro apparato produttivo e aumentarne il potenziale di crescita. Potrebbe trattarsi di un nuovo miracolo economico dopo una crisi che probabilmente sarà di dimensioni del tutto inedite, con difficoltà di ripartenza della domanda, della capacità di spesa. L’auspicio è che possa essere un modo per darsi una mossa, visto che eravamo sopiti. All’interno di questa drammatica situazione si sono create opportunità importanti, come il telelavoro, ad esempio. Stiamo imparando a fare cose senza muoverci, con tutto quel che comporta per inquinamento, costi e tempo e ci stiamo confrontando con nuove modalità fin qui poco esplorate che potrebbero tornarci molto utili per migliorare – quando avremo sistemato le cose – la qualità della vita”.

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