Intesa Sanpaolo, Morganti: “Fare rete strategia vincente per il Terzo settore”

(Teleborsa) – “In questa fase di emergenza escludere il coinvolgimento del terzo settore sarebbe stato un errore clamoroso soprattutto per un istituto come Intesa Sanpaolo che a questo mondo – a partire dalla nascita, 14 anni fa, di Banca Prossima, oggi Direzione Impact – ha dedicato storicamente tanta attenzione. Un impegno che portiamo avanti cercando una trasformazione positiva ogni giorno”. A sottolinearlo è Marco Morganti, responsabile Direzione Impact di Intesa Sanpaolo.

Sta volgendo al termine il digital tour “Imprese vincenti 2020”, il programma di Intesa Sanpaolo pensato con l’obiettivo di valorizzare e premiare le piccole e medie imprese italiane, tra cui alcune organizzazioni no profit. In questa fase eccezionale dell’economia che in tanti hanno definito post-bellica, le imprese del terzo settore diventano decisive in ottica ripresa?

“Lo sono sicuramente e lo sono sempre state nel quotidiano welfare degli italiani. Un welfare inteso nel senso più inclusivo possibile che comprende, oltre ai servizi per la salute e la non autosufficienza, anche i servizi per la cultura, l’ambiente, la formazione. Il terzo settore è tra noi da sempre. Mi piace ricordare che i più antichi e nobili dei nostri clienti hanno 800 anni di anni di servizio ininterrotto. La società civile si divide in coloro che hanno bisogni e coloro che li coprono con i servizi e spesso nello schema del ‘prosuming’ questi ruoli si scambiano. E questa presenza del terzo settore, che c’è sempre stata, nei momenti emergenziali esplode con interventi pronti, gratuiti ed efficienti. Finora era successo localmente, a partire dell’alluvione di Firenze quando l’associazionismo fece per la prima volta il suo ingresso sui media. Con la pandemia questa dinamica si è semplicemente generalizzata: ovunque il terzo settore è stato al centro di questa situazione che, più che post-bellica, può ancora essere definita di guerra. Quando l’emergenza sarà passata bisognerà progettare questo terzo settore in maniera ancora più efficiente”.

In uno scenario di grande incertezza, come quello che stiamo vivendo, quali sono le parole chiave di una crescita del terzo settore non solo più veloce ma anche più forte?

“Io distinguerei tra aspetti interni ed esterni. Quelli interni non sono emersi solo in questa pandemia ma costituiscono un tema sul quale ci siamo espressi tante volte ovvero il fatto che il terzo settore stenti a fare rete. Le sue reti ci sono e fanno un lavoro encomiabile, tuttavia il fare rete localmente – tra soggetti di territorio che svolgono attività evidentemente funzionali le une alle altre e che dal coordinamento guadagnerebbero molto in efficienza, in efficacia e soprattutto in riduzione dei costi, per sé e anche per la comunità – si fatica a vederlo succedere spontaneamente. Da questo punto di vista la banca si è molto spesa nel tentativo di creare delle reti. Senza imposizioni questo significa semplicemente entrare in un rapporto creativo con i nostri clienti sollecitandoli a mettersi insieme per fare le cose che fanno in modo più efficiente in termini di energia, servizi per la prima infanzia, servizi soci-sanitari assistenziali. Si va dalle grandi realtà nazionali al livello locale dove la banca si è resa, in modo particolare, parte dirigente. In tale scenario la banca deve impadronirsi di metriche di valutazione migliori di quelle attuali. Le nostre metriche nel corso degli anni sono cambiate molto ma devono farlo ancora soprattutto in momenti di eccezionalità come questi che stiamo vivendo in cui la resilienza si misura con nuovi termometri e su nuove scale. Per attrarre e dotare degli strumenti necessari i soggetti che chiamiamo a costituire queste reti ‘opportunistiche’ (che si creano attorno a un’opportunità) noi mettiamo a disposizione una volontà di fare credito e di capire le situazioni borderline. Quello che diamo è denaro a condizioni migliori, su tempi più lunghi, in quantità più elevata. Offriamo una visione più inclusiva, quindi una valutazione più premiante e la capacità di cogliere certe situazioni che non sarebbero finanziabili sulla carta ma che lo diventano comprendendone le motivazioni. Sul fronte interno, dunque, il terzo settore deve fare rete e deve fare questo tipo di rete: mantenere quelle grandi ma anche essere pronto a crearne di nuove cogliendo i nostri inviti ma anche chiamandoci a sua volta a partecipare a nuove reti. Sul fronte esterno il terzo settore deve imparare il mestiere difficilissimo della rappresentanza e dell’efficacia nelle scelte politiche. Non è un caso che in questa emergenza, come in tutte le precedenti, il terzo settore è sempre vittima di qualche amnesia. È come se il legislatore si perdesse sempre un pezzo del panorama, vedesse tutto tranne un particolare e quel particolare è il terzo settore. Finché si considera il terzo settore un soggetto nobile ma piccolo nelle dimensioni si fa un errore clamoroso. Il terzo settore è, infatti, una realtà molto grande se si considera non per il fatturato ma per il numero di relazioni che intrattiene con il territorio. Un’economia, come è quella del terzo settore, dove operano 6 milioni e mezzo di persone e si servono 37 milioni di cittadini non può, infatti, essere definita piccola. Sul fronte esterno il terzo settore deve, dunque, farsi valere di più. Si fa molto ma tanto altro deve ancora essere fatto e soprattutto il terzo settore è sempre chiamato a piè di lista e questo deve cambiare. In paesi che hanno un terzo settore infinitamente più debole del nostro c’è una vera e propria programmazione pubblico-privata, che si fa essenzialmente con il terzo settore, e che qui manca”.

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