Imprese, il piatto piange: 1 azienda su 6 necessita di capitali in equity

(Teleborsa) – L’emergenza sanitaria e la crisi di liquidità hanno posto un grave problema al sistema imprenditoriale italiano, che oggi si trova in grave crisi di liquidità ed è più che mai esposto alla possibilità di scalate da parte della concorrenza estera. E malgrado il sostegno dello Stato, ben 1 azienda su 6 ha problemi di capitale di rischio e necessita di una congrua iniezione di liquidità in equity.

È quanto stima uno studio della Livolsi & Partners, secondo cui occorrerebbe impiegare una parte delle risorse rinvenienti dal Next Generation EU per incentivare i risparmiatori italiani a impiegare 170 miliardi nel capitale di rischio delle aziende, ovvero il 10% dei 1.700 miliardi di liquidità “parcheggiati” sui conti correnti.

La capitalizzazione delle aziende quotate alla Borsa di Milano – in base allo studio – è diminuita da 642 miliardi di euro di novembre 2019 a 598 miliardi a novembre 2020 (-6,9%), considerando solo le imprese nazionali, e da 662 miliardi a 628 miliardi (-5,2%) per quelle domestiche e straniere insieme. L’indice FTSE MIB registra una performance del -5,2% (al 28 dicembre 2020).

Secondo i dati della Livolsi & Partners, su un campione rappresentato da una quarantina di aziende con fatturato dai dieci ai 900 milioni/anno, il 17% di esse dichiara di avere problemi di patrimonio netto, il 20% di liquidità e il 33% di riduzione importante di fatturato. Dati sostanzialmente in linea con l’ultimo Rapporto sulla stabilità finanziaria della Banca d’Italia.

“Le cause della bassa capitalizzazione delle imprese italiane si devono al fatto che da un lato il sistema è storicamente dipendente dalle banche, dall’altro la proprietà teme di condividere le decisioni”, afferma Massimo Bersani, managing partner della Livolsi & Partners, aggiungendo “manca un provvedimento sul lato fiscale che faciliti ulteriormente la capitalizzazione”.

“Le nostre aziende hanno problemi di capitale, non possono investire in crescita, innovazione e in manager capaci. Le nostre eccellenze produttive mondiali rischiano di essere acquisite da aziende estere”, avverte Ubaldo Livolsi, presidente della società ed ex ceo di Fininvest, aggiungendo che occorre, da un lato, “spingere le imprese ad apportare più capitale” e, dall’altro, “incentivare i privati a investire nel capitale delle imprese, delle PMI e più in generale delle non quotate, magari attraverso fondi dedicati di importo dai 100 ai 200 mln di euro”. Un esempio – ricorda – sono i PIR (Piani individuali di risparmio), ma si rivolgono soprattutto a società quotate, mentre “sarebbe auspicabile una politica che canalizzi e spinga gli italiani a investire” una quota di risparmio nelle aziende.

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