Ilva, l’impatto della chiusura sull’economia italiana: danni a lavoro e Pil

Se il Governo non troverà una soluzione con ArcelorMittal, i danni economico-sociali saranno ingenti

Cresce l’apprensione per il futuro dell’ex Ilva di Taranto dopo che ArcelorMittal ha reso noto di aver comunicato ai commissari straordinari l’intenzione di risolvere il contratto con cui un anno fa ha rilevato il colosso dell’acciaio. E cresce anche la tensione nel Governo giallo-rosso che, laddove l’azienda franco-indiana dovesse sfilarsi definitivamente dagli accordi, si ritroverebbe ad affrontare un enorme problema economico-sociale.

Gli scenari che si prospettano assumono contorni inquietanti. Più di 10 mila persone rischiano il posto di lavoro (8.200 nel solo stabilimento di Taranto, il restante in quelli di Genova e Novi Ligure). Se si guarda anche all’indotto, ci sono altri 10 mila lavoratori che vedono minacciata la loro posizione. Riassumendo, a rischio ci sono circa 20 mila posti.

Bisogna poi fare i conti con la questione economica. Il giro d’affari dell’ex Ilva è stato stimato intorno all’1,4% del Pil italiano, altrimenti detto 24 miliardi di euro. Quasi la stessa cifra costata negli ultimi anni: infatti, dal sequestro, avvenuto nel luglio 2012, lo stabilimento ha fatto registrare perdite annuali di 3/4 miliardi.

Inoltre, se ArcelorMittal non dovesse tornare sui suoi passi, si volatilizzerebbero anche gli investimenti ambientali previsti dal valore di 1,1 miliardi di euro, a cui vanno aggiunti quelli industriali pari a 1,2 miliardi. Infine, non ci sarebbe il pagamento di 1,8 miliardi dell’azienda, al netto dei canoni di affitto già versati.

Il Premier Conte, sulla questione, di fronte ai sindacati riuniti a Palazzo Chigi ha dichiarato: “C’è la ferma determinazione da parte del Governo intero di preservare gli investimenti produttivi nell’ex Ilva e di assicurare il mantenimento dei livelli occupazionali, ma nello stesso tempo di proseguire l’opera di investimenti per quanto riguarda le bonifiche ambientali.”

Questa comunicazione che proviene dalla proprietà non la riteniamo accettabile, non riteniamo giustificato un recesso dagli impegni contrattuali assunti” ha concluso il Premier che, per oggi, ha convocato a Palazzo Chigi i vertici di ArcelorMittal per trovare una soluzione.

Alla voce del Presidente del Consiglio ha fatto eco quella del Ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli: “L’Esecutivo non consentirà la chiusura dello stabilimento di Taranto. Garantirà invece la continuità produttiva. Non esiste un diritto di recesso, come strumentalmente scritto da Arcelor Mittal”.

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