Il Parmigiano-Reggiano e la concorrenza sleale del mercato Usa

(Teleborsa) – In questi ultimi anni, il Consorzio Parmigiano-Reggiano ha lavorato per fare chiarezza, puntando l’indice verso le pratiche commerciali ingannevoli nei confronti del consumatore, soprattutto Usa. Un recente studio, che ha coinvolto appunto 1.200 consumatori degli Stati Uniti, ha dimostrato che per il 66% degli intervistati il termine “parmesan” non è affatto generico – come sostengono, invece, le industrie casearie americane – ma identifica, invece, un formaggio duro con una precisa provenienza geografica che il 90% degli intervistati indica senza alcun dubbio nell’Italia. E induce in errore gli acquirenti convinti di acquistare il classico formaggio made in Italy, confermando la pericolosità e i gravi danni provocati ai nostri produttori da una concorrenza platealmente sleale.

Negli USA, il Consorzio ha registrato “Parmigiano Reggiano” come certification mark e, grazie a questo strumento, tutela il prodotto attraverso attività di vigilanza di mercato ed azioni legali. Nonostante la scarsa protezione e la perdurante concorrenza sleale del parmesan e dell’Italian Sounding, il nostro export è cresciuto in maniera significativa fino a raggiungere un valore pari a 110 milioni di euro.

Il Presidente del Consorzio Nicola Bertinelli intervenendo a Parma in occasione del Convegno “Produzione alimentare e sfide del commercio internazionale” alla presenza di Antonio Tajani, Presidente del Parlamento europeo e Luigi Scordamaglia, Presidente Federalimentare, ha così inteso condividere a nome dell’intero Consorzio una riflessione appunto sul mercato Usa, primo mercato per l’export del Re dei Formaggi: oltre 10 mila tonnellate che corrispondono a 250 mila forme, per un valore di oltre 110 milioni di euro. 

“In questi giorni – ha esordito il Presidente Bertinelli – si è dibattuto molto sul CETA (Accordo economico e commerciale tra Unione Europea e Canada negoziato di recente), mettendo in evidenza gli aspetti positivi, come la protezione dalle imitazioni analoga a quella offerta dal diritto dell’Unione, e i limiti di un accordo che tuttavia ancora non tutela sufficientemente i prodotti italiani, facendoli coesistere con le imitazioni sul mercato”. 
 
“Vorrei pertanto intervenire non tanto su questa divergenza di vedute – ha proseguito Bertinelli – quanto piuttosto sulla strada che il Consorzio deve intraprendere Oltreoceano per valorizzare il prodotto e sviluppare il mercato, considerando che l’eliminazione dei dazi porterà ad una consistente crescita delle esportazioni. Il nostro sforzo sarà quello di spiegare ai nostri interlocutori che non esistono altri formaggi assimilabili al nostro. Il Parmigiano Reggiano può nascere solo qui: è frutto di questa terra e del saper fare delle sue genti, che si tramanda di generazione in generazione. Rispetto a nove secoli fa nulla è cambiato: stessi ingredienti, stessa cura e passione, stessa zona d’origine che è inscindibilmente legata al prodotto”.

Purtroppo, negli Stati Uniti, non esiste una tutela delle indicazioni geografiche – ha sottolineato il Presidente del Consorzio – e ad oggi il nome “parmesan” vuole essere inteso come termine generico. Il nostro obiettivo sarà quello di dimostrare che la parola “parmesan” costituisce un’evocazione della denominazione Parmigiano Reggiano e che il suo uso per formaggi non conformi al disciplinare costituisce un’infrazione alla nostra DOP. La battaglia non sarà semplice, ma abbiamo dalla nostra parte sentenze importanti, come quella della Corte di Giustizia Europea contro la Germania che ha sancito che l’uso del termine per formaggi non conformi al disciplinare della DOP Parmigiano Reggiano costituisce una violazione della legge europea”.

“Norme più chiare e trasparenti – ha precisato Nicola Bertinelli – ci permetterebbero di aumentare sensibilmente il nostro mercato. Crescita che possiamo stimare in circa 120.000 forme per un valore che supera i 50 milioni di euro. Il Consorzio continuerà a fare la sua parte facendo cultura di prodotto e attività di vigilanza. Ma, per raggiungere i nostri obiettivi, abbiamo bisogno che la politica ci dia una mano. Occorre lavorare a negoziati che puntino al riconoscimento di indicazioni geografiche come valore globale dello sviluppo agricolo. Norme in gradi di eliminare le pratiche ingannevoli per il consumatore, in particolare l’utilizzo di denominazioni geografiche, immagini e marchi che evochino l’Italia per pubblicizzare prodotti affatto riconducibili al nostro Paese, la forma più sfacciata di concorrenza sleale e truffa nei confronti dei consumatori nel settore agroalimentare”. 

Nello studio che ha visto coinvolti i 1200 consumatori statunitensi, sono state mostrate agli intervistati due confezioni di “parmesan” made in Usa,  di cui una senza richiami all’Italia, e l’altra caratterizzata da evidenti richiami al Tricolore. Già nel primo caso, il 38% dei  consumatori ha indicato il prodotto come formaggio di provenienza italiana, ma la situazione è apparsa ancora più grave di fronte alla confezione caratterizzata da elementi di “italian sounding” (la bandiera tricolore o opere d’arte italiane): in tal caso, infatti, il 67% degli acquirenti americani ha dichiarato di essere convinto di trovarsi di fronte ad autentico prodotto italiano.

Dati che fanno riflettere che non possono passare sotto silenzio e che spingono il Consorzio a chiedere alla politica un intervento concreto.

 

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