Genova, notte convulsa per i soccorritori, 35 morti accertati fra cui tre bambini

(Teleborsa) – Cresce ogni ora il bilancio delle vittime del crollo del ponte che ieri a mezzogiorno ha sconvolto Genova. In pieno giorno, un ampio tratto del viadotto dell’autostrada A10, che taglia in due la città ligure da Levante a Ponente, noto anche come Ponte Morandi dal nome del suo costruttore o “ponte di Brooklyn” per la sua forma caratteristica che lo fa somigliare al rinomato ponte americano, è sprofondato con un salto di un centinaio di metri, inghiottendo auto, Tir e camion in coda per il casello, abbattendosi sulle costruzioni circostanti, abitazioni e capannoni. “Al momento del crollo transitavano 30-35 autovetture e tre mezzi pesanti”, ha confermato il capo della Protezione Civile, Angelo Borrelli.

Dopo una notte di lavoro ininterrotto dei vigili del fuoco e della protezione civile è salito a 35 il bilancio delle vittime dell’incidente, purtroppo ancora provvisorio. Fra i morti estratti dalle macerie e fra le lamiere vi sono anche tre bambini di 8, 12 e 13 anni. Non solo morti, ma anche molti feriti, alcuni in condizioni piuttosto grave: al momento risultano ricoverate in ospedale 15 persone, una è stata dimessa nella notte, di cui 12 risultano in codice rosso.

La ricerca di superstiti è proseguita per tutta la notte sotto la luce artificiale delle torri faro approntate per l’occasione e continuerà nelle prossime ore. I lavori dei soccorsi si concentrano in particolare su tre aree, situate in ambedue i lati del torrente Polcevera ed anche nel letto del fiume. 

Sono centinaia gli sfollati, perché le forze dell’ordine hanno evacuato tutta l’area circostante, temendo altri crolli. Sono 440 le persone costrette a lasciare l’abitazione, circa 11 palazzine, ma anche in questo caso il numero è destinato ad aumentare, perché sono ancora in corso le valutazioni degli sgomberi. Molti sono stati ricollocati in centri di accoglienza approntati dal Comune di Genova a causa del crollo, gli ultimi nella tarda serata di ieri. 

E mentre si scava fra le macerie, si attendono questa mattina i due vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio, accompagnati dal Ministro delle Infrastrutture e Trasporti Danilo Toninelli.
Frattanto, è arrivato nel tardo pomeriggio di ieri il Premier Giuseppe Conte, che ha visitato il luogo del disastro ed ha poi partecipato ad un vertice in Prefettura con il capo della Protezione Civile Borrelli. Il capo del Governo si è trattenuto a Genova perché oggi ha in programma di visitare i feriti ricoverati nei due ospedali San Martino e Stalla ed ha indetto un altro vertice con le autorità locali cui parteciperanno anche Salvini, Di Maio e Toninelli. 

“Disgrazia spaventosa”
, l’ha definita il Capo dello Stato Sergio Mattarella, esprimendo vicinanza alle famiglie delle vittime e ringraziando i soccorritori che stanno lavorando senza sosta. 

Il Comune di Genova ha proclamato due giorni di lutto cittadino ed ha intenzione di chiedere oggi lo stato di emergenza. Intanto, la Procura ha disposto l’apertura di un fascicolo per i reati di omicidio colposo plurimo e di disastro colposo, al momento contro ignoti.

Cosa accadrà ora a Genova è da vedere, ma il sottosegretario alle Infrastrutture e Trasporti, il genovese Rixi, ha annunciato che il viadotto Morandi sarà demolito. Premier, vice Premier e Ministro Toninelli promettono ora a gran voce l’accurato monitoraggio di tutte le Infrastrutture del Paese. Un’impresa ciclopica vista la gran quantità di infrastrutture potenzialmente “a rischio” e la veneranda età di molte opere. 

E ci si interroga sulle possibile cause, anche se non è certo possibile trarre per il momento alcuna conclusione. Si accusa il progetto e lo stesso ingegner Riccardo Morando nato nel 1902 e morto nel 1989, che lo ha preparato e realizzato. Un progetto avveniristico nel 1967, anno della sua inaugurazione, avvenuta il 4 marzo in una giornata piovosa come quella del crollo, alla presenza dell’allora Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat,

Molti sono invece d’accordo che una parte di responsabilità vada data in ogni caso alle diverse condizioni di otre cinquant’anni fa, quando il traffico su gomma non era certo quello di oggi e soprattutto i Tir non avevano i pesi e le dimensioni attuali. Sollecitazione quindi molto più forti di quanto si potesse prevedere al momento della progettazione. Certo, una manutenzione più accurata e più scrupolosa di quella messa in atto in tutti questi anni, unitamente all’utilizzo dei più sofisticati strumenti tecnologici di controllo disponibili, avrebbe forse potuto scongiurare il disastro. Se non altro lanciare l’allarme in tempo.

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