ENEA unisce arte e scienza: tecnologie per misurare gradimento delle opere e biorestauro di capolavori di Michelangelo

(Teleborsa) – Enea al fianco dell’arte. È stato presentato ieri a Bologna il progetto ShareArt che vede Enea e Istituzione Bologna Musei collaborare per monitorare il gradimento e le modalità di fruizione delle opere d’arte grazie ad applicazioni di intelligenza artificiale e big data.

Frutto del lavoro che vede coinvolti ricercatori Enea di diversi settori, l’innovativo sistema – spiega Enea in una nota – riesce a misurare il gradimento di un’opera d’arte attraverso la condivisione di numerose informazioni ricavate con la registrazione e il monitoraggio di alcuni indicatori, senza coinvolgere direttamente i visitatori. La misura è resa possibile dall’utilizzo di una tipica applicazione big data capace di ricavare informazioni esplorando grandi quantità di dati diversi. Il sistema – prosegue la nota – si compone di una serie di dispositivi di acquisizione dati, oggi disponibili sul mercato a costi contenuti, che, provvisti di telecamera, raccolgono le informazioni e le inviano a un server centrale per l’immagazzinamento e l’elaborazione, che avviene tramite un applicativo web dedicato all’analisi multidimensionale interattiva.

“Attraverso una telecamera posizionata nei pressi dell’opera, – hanno spiegato i quattro esperti Enea Stefano Ferriani, Giuseppe Marghella, Simonetta Pagnutti e Riccardo Scipinotti – il sistema rileva automaticamente i volti che guardano in direzione dell’opera stessa, acquisendo dati relativi al comportamento degli osservatori come, ad esempio, il percorso compiuto per avvicinarsi, il numero di persone che l’hanno osservata, il tempo e la distanza di osservazione, il genere, la classe di età e lo stato d’animo dei visitatori che osservano”.

In questa fase di complessità gestionale per la pandemia di Covid-19, il sistema ShareArt può essere utilizzato anche per aumentare la sicurezza degli ambienti museali rilevando il corretto utilizzo della mascherina e il distanziamento dei visitatori, attivando in tempo reale una segnalazione visiva per ricordare il rispetto delle disposizioni. I primi dati della sperimentazione – sottolinea l’Enea – permettono già di evidenziare alcuni aspetti come il fatto che la maggior parte dei visitatori siano da soli e che indossino correttamente la mascherina.


Rimanendo sempre nel campo dell’arte la ricerca sviluppata dall’Enea interessa anche il settore del restauro. Sono, infatti, stati selezionati fra i 1.500 microorganismi della collezione Enea, i tre ceppi batterici utilizzati per il restauro dei capolavori di Michelangelo nella Sagrestia Nuova delle Cappelle Medicee, a Firenze. Un intervento di biopulitura che – fa sapere l’Enea – ha visto all’opera un team tutto femminile di ricercatrici e restauratrici, supportato da una squadra di “batteri-pulitori”, utilizzati per eliminare depositi di diversa natura che ricoprivano i monumenti funebri di Lorenzo de’ Medici, duca d’Urbino, e di Giuliano de’ Medici, duca di Nemours. L’utilizzo di microrganismi e altre sostanze naturali per interventi di restauro molto precisi, sicuri e basso impatto ambientale è basato su un processo biotecnologico brevettato dall’Enea e messo a punto grazie alla presenza, presso il Centro Ricerche Casaccia, di una speciale raccolta di microrganismi, funghi, alghe e virus “restauratori”, già utilizzati con successo su materiali lapidei nei Giardini Vaticani.

“La scelta dei batteri giusti da utilizzare è una delle fasi più delicate – spiega la ricercatrice Anna Rosa Sprocati –. Per i capolavori di Michelangelo, in una prima fase abbiamo selezionato 11 ceppi batterici in grado di rimuovere i depositi selettivamente, senza lasciare residui e nel rispetto del marmo originale. Poi ne abbiamo individuati tre con le migliori performance di biopulitura e, fra questi, un microrganismo isolato dal suolo di una miniera sarda contaminata da metalli pesanti, molto efficace nella pulitura dell’arca marmorea del duca d’Urbino gravemente danneggiata nel passato dai processi di decomposizione, che avevano rilasciato depositi scuri lungo tutto il basamento”. Prima di essere utilizzati sul marmo, i ceppi di batteri sono stati “immobilizzati” in uno speciale gel in grado di conferire la giusta umidità e un’adeguata consistenza all’impacco e sono stati quindi applicati sulle sculture, dopo essere stati adeguatamente “affamati” in modo da rendere più efficace il trattamento di biopulitura oppure, secondo i casi, cresciuti su terreni studiati per potenziare le loro capacità specifiche.

“Abbiamo impiegato due giorni per ricoprire il sarcofago con l’impacco di gel e cellule batteriche – spiega Chiara Alisi, ricercatrice del Laboratorio di Osservazioni e Misure per l’ambiente e il clima dell’Enea –. Dopo due notti di questo trattamento, le macchie e i depositi sono stati rimossi senza lasciare residui, confermando le caratteristiche necessarie per una pulitura corretta quali selettività, gradualità e rispetto del marmo, peraltro danneggiato da precedenti puliture troppo drastiche. Per questo motivo auspichiamo che l’approccio utilizzato nella Sagrestia Nuova di Michelangelo divenga modello di restauro innovativo e sostenibile, che fonde storia dell’arte, restauro e scienza”.

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