Elezioni Usa, Medio Oriente, pandemia e nuove sfide: l’analisi di Ben Ami

(Teleborsa) – A quasi tre settimane dalle elezioni USA, nella giornata di ieri Donald Trump ha autorizzato la transizione di poteri con Joe Biden, pur non riconoscendo ancora la sconfitta e assicurando che la sua “battaglia” per rovesciare l’esito del voto che ha attribuito la vittoria al candidato democratico “continua”, “vinceremo”. Al di là delle polemiche, il dato squisitamente politico è che il Presidente eletto si avvicina a grandi passi alla Casa Bianca mentre tiene banco un interrogativo: cosa succederà con il passaggio di consegne?

Con il prossimo insediamento della nuova amministrazione democratica guidata dall’ex vice di Obama e dalla sua vice Kamala Harris, sono grandi le aspettative riguardo un possibile cambiamento nella politica estera americana, in particolare nello scacchiere mediorientale, terra di antichi conflitti, anche se un mutamento che soddisfi tutte le aspettative non sarà un obiettivo di breve termine.

“Il graduale ritiro degli Stati Uniti dal Medio Oriente è iniziato con Obama (come parte della sua strategia Pivot to the East e come conseguenza del fallimento americano sia nelle guerre in Medio Oriente che nei tentativi di una pace arabo-israeliana) ed è stato perseguito con particolare enfasi da Trump. Quello che probabilmente farebbe Biden – noto per essere critico rispetto all’assalto di Erdogan ai curdi e al suo “flirt” con la Russia – tuttavia, è porre fine alla complicità di Trump con Erdogan”, osserva Shlomo Ben Ami -ex Ministro degli Esteri di Israele che ha guidato i colloqui di pace con i palestinesi negli ultimi due anni dell’amministrazione Clinton, oltre che figura accademica di assoluto rilievoche ha rilasciato una lunga intervista – realizzata da Marco Emanuele – a The Science of Where Magazine, diretto da Emilio Albertario.

Biden – sottolinea ancora Ben Ami – “avrebbe anche rinegoziato l’accordo nucleare iraniano da cui Trump si era ritirato: aspirerebbe, almeno si spera, di raggiungere una soluzione che vada oltre la questione nucleare e che stabilisca regole di condotta per l’Iran nel più ampio Medio Oriente. Dopotutto, l’Iran è diventato una potenza destabilizzante in Siria, Libano, Iraq e Gaza anche senza avere un ordigno nucleare”.

Su Israele-Palestina “non vedo un ritorno ai giorni di Clinton di coinvolgimento profondo e proattivo nella ricerca della soluzione dei due stati. Israele, tuttavia, non sarebbe più in grado di fare come desidera nei territori occupati. L’amministrazione Biden potrebbe non impegnarsi in un processo di pace nella vecchia modalità, ma farebbe del suo meglio per impedire a Israele di bloccare completamente la strada verso una soluzione a due stati. Credo anche che Biden non annullerebbe i doni che Trump aveva fatto a Israele: il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele, la sovranità sulle alture del Golan e altro. Tuttavia, invertirebbe alcune politiche sulla Palestina: la riapertura dell’ambasciata dell’OLP a Washington, l’assistenza finanziaria ai palestinesi e il dialogo politico con loro”.

Invitato a una riflessione sul futuro del multilateralismo in un mondo colpito dalla pandemia, secondo Ben Ami “è molto probabile che l’attuale pandemia rafforzi tre tendenze preesistenti e altamente distruttive: deglobalizzazione, unilateralismo e capitalismo autoritario e di sorveglianza. Quasi immediatamente, le richieste di ridurre la dipendenza dalle catene del valore globali, che stavano già guadagnando terreno prima della crisi, hanno cominciato a intensificarsi. Gli sforzi dell’Unione europea per elaborare una strategia comune hanno nuovamente messo in luce le vecchie divisioni del blocco. Inoltre, sotto la copertura della lotta per la vita, diversi paesi – non solo Cina o Russia – hanno calpestato le libertà e hanno invaso la privacy personale. Una pandemia sembrerebbe un’occasione imperdibile di cooperazione. Eppure ha incontrato la chiusura delle frontiere e la concorrenza sulle forniture e sulle future dosi di vaccini, per non parlare dei limiti alle libertà civili e dell’espansione delle capacità di sorveglianza, anche nelle democrazie. In poche parole, proprio quando abbiamo più bisogno di cooperazione globale, il nostro sistema multilaterale in difficoltà ci ha ricondotti nel seno dello stato-nazione”.

Tra le sfide in corso – incalza il giornalista – “quella strategica legata alla innovazione tecnologica che interessa tutti gli aspetti e gli ambiti della nostra convivenza, con Israele che è diventato uno straordinario hub tecnologico”.

“Innovazione e tecnologia – risponde Ben Ami – rappresentano la Quarta Rivoluzione Industriale. Questo, tuttavia, potrebbe basarsi sulla sostituzione degli esseri umani con l’automazione e l’intelligenza artificiale. Le società che non riusciranno a recuperare il ritardo potrebbero essere lasciate indietro. In un mondo digitale, piccoli paesi come Israele possono cavarsela meglio delle grandi potenze che rimangono bloccate nella vecchia economia”.

La vera battaglia in questi tempi tra Cina e Stati Uniti – prosegue – “è una competizione per le tecnologie avanzate e l’intelligenza artificiale. Questi hanno anche un grande potenziale di armamento. Israele e Iran stanno combattendo oggi attraverso la guerra informatica e tecnologie militari avanzate che difficilmente causano vittime umane. In Medio Oriente stiamo assistendo in questi giorni alla fine del conflitto arabo-israeliano (mentre la causa della Palestina viene relegata), e il motivo è essenzialmente il riconoscimento del mondo arabo che Israele è diventato, grazie alla sua tecnologia avanzata, una potenza imbattibile e un alleato forse più affidabile degli Stati Uniti che si erano comunque ritirati dalla regione e si erano orientati verso est per affrontare l’ascesa della Cina. L’economia digitale di Israele generalmente non è influenzata dall’instabilità regionale e nemmeno dalla guerra; anzi a volte prospera proprio nella ricerca di soluzioni tecnologiche a problemi esistenziali”.

Tuttavia, avverte Ben Ami, “le società che in Occidente guidano la rivoluzione tecnologica non sono esenti da gravi pericoli. Hanno tutti una grande sfida al loro interno: produrre un nuovo contratto sociale in grado di compensare la distruzione di posti di lavoro mediante l’automazione (era l’automazione, non la Cina, come sosteneva Trump, che aveva distrutto i posti di lavoro dei colletti blu in America). Un’economia digitale, infatti, tende ad ampliare le disparità e le disuguaglianze socioeconomiche. È stato Louis Brandeis a dire che “possiamo avere la democrazia o possiamo avere la ricchezza concentrata nelle mani di pochi, ma non possiamo avere entrambe”.

Per questo, il modo migliore per l’industria tecnologica di affrontare le disuguaglianze – conclude – “è innovare in modo di permettere alle persone di partecipare, non di sostituirle”.

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