Donne, lavoro e discriminazione: l’impatto negativo della disuguaglianza di genere sulla crescita globale

La fotografia della quinta edizione dello studio “Women, business and the law 2018” firmato dalla Banca Mondiale

(Teleborsa) Donne e lavoro: un binomio, da sempre, difficile e faticoso che, per fortuna, negli anni è diventato sempre più possibile e auspicabile. Molto si è fatto, ma più ancora c’è da fare sulla strada che porta all’uguaglianza.

Una lunga storia di discriminazioni e barriere che hanno, molto spesso, tenuto le donne lontano dai posti di comando, impedendo a molte di loro di sfondare il cosiddetto soffitto di cristallo che, in molti casi, ancora oggi le separa da posti apicali. Numeri, alla mano, ad esempio, in Italia lavora solo il 46% delle donne .
Eppure, sempre secondo i numeri, se venisse centrato l’ obbiettivo pensato dalla strategia di Lisbona per rendere più’ competitivo il mercato europeo, cioè un tasso di occupazione femminile del 60 per cento, sei donne su dieci al lavoro, l’ Italia beneficerebbe di un +7% del Pil, a testimoniare quanto l’intero sistema economico del paese potrebbe trarre vantaggio da una maggior partecipazione femminile.
Altro tema particolarmente attuale è quello della “disparità di retribuzione tra uomini e donne”, che fotografa il tema del cosiddetto “gender pay gap”, appunto la differenza salariale, a parità di lavoro svolto,  tra uomini  e donne.
Secondo il Global Gender Gap Report 2017, su 144 Paesi esaminati, l’ Italia si piazza al 126esimo posto per la parità retributiva tra uomini e donne, e al 118esimo per la partecipazione delle donne all’ economia.
In barba all’articolo 37 della Costituzione italiana che, almeno in teoria, parla chiaro: “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione”. 
In teoria, appunto. Perché, la pratica, purtroppo, dice ben altro.
ITALIA, SOLO UN MANAGER SU TRE E’ DONNA  – Una statistica proposta dal Sole 24 Ore, in occasione della recente ricorrenza dell’8 marzo, ha mostrato la percentuale di donne in posizioni manageriali in Italia nel 2017. Secondo i dati, nell’anno appena passato le donne rappresentavano circa il 22% dei dirigenti totali contro il 78,04% degli uomini.
Secondo dati Infocamere-Unioncamere, a marzo 2017, la regione con più donne al comando di aziende era la Lombardia con 175.941 casi. Seguono il Lazio con 141.123, la Campania con 132.314 e la Sicilia con 109.866 casi. In fondo alla classifica si collocano la Basilicata, terzultima con 15.956 aziende a conduzione femminile, il Molise con 9.853 casi e la Valle d’Aosta con 2.909.
IMPATTO NEGATIVO SULLA CRESCITA GLOBALEUscendo dal nostro paese e guardando cosa succede, a livello generale, nel mondo, a fare il punto sul tema Donne e lavoro ci ha pensato  la quinta edizione dello studio  “Women, business and the law 2018” (Donne, business e leggi 2018) firmato dalla Banca Mondiale e rilanciato dal Guardian che ha preso in considerazione le economie di 189 paesi, certificando che le barriere legali che limitano l’accesso delle donne al mondo del lavoro e restringono la possibilità di lanciare un’impresa non impattano solamente sull’equità di genere, ma hanno effetti negativi anche sulla crescita globale. 
Nonostante i passi in avanti fatti, le riforme e una maggior attenzione alla tematica, sono ancora tante le donne costrette a  fare i conti con una serie di barriere che limitano l’accesso al lavoro, al credito e alla proprietà. In 104 economie, ad esempio, le donne non possono lavorare di notte o in alcuni settori industriali, nelle costruzioni, nell’energia e nell’agricoltura. Limitazione che ha una ricaduta economica consistente, visto che condiziona le scelte di 2,7 miliardi di donne e, di conseguenza, le loro possibilità di guadagno.
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