Deutsche Bank “too big to fail” ma salvataggio sarà “lacrime e sangue”

(Teleborsa) – Deutsche Bank, il colosso che ha fatto la storia della Germania, va in pezzi. Si sgretola pezzo dopo pezzo sotto il peso di scandali finanziari e giudiziari, pesanti perdite e ingenti debiti, errori e responsabilità che hanno messo in ginocchio il mito tedesco, minando la credibilità di tutto il sistema bancario, ma anche dello stesso tessuto economico e produttivo della Germania. Deutsche Bank è, infatti, al centro di un groviglio di partecipazioni incrociate che interessano tutte le più grandi imprese tedesche. Non può fallire perché andrebbe a fondo la stessa Germania e dunque l’Europa. Ma i timori che un fallimento di Deutsche Bank possa innescare una crisi globale come fu per Lehman Brothers si moltiplicano. Il rischio sistemico è troppo elevato e quindi si sta provando il tutto per tutto.

Berlino, in primis, le ha tentate tutte per salvare la banca – fondata nel 1870 e per decenni simbolo della crescita industriale tedesca nel mondo – credendo fortemente nella fusione con Commerzbank, un’operazione ritenuta però troppo rischiosa dagli investitori che hanno mandato a monte il progetto. Dopo il fallito tentativo, il gruppo ha annunciato l’avvio di una ristrutturazione radicale, la più impegnativa dei suoi 149 anni di storia: 18mila esuberi, sugli attuali 91.700 dipendenti, e 2,8 miliardi di perdita netta una tantum nel secondo trimestre di quest’anno. Ci sarà, inoltre, la creazione di una bad bank, dove concentrare titoli ad alto rischio, per 74 miliardi. Una cura ‘lacrime e sangue’ che si concluderà fra tre anni con 6,7 miliardi di risparmi e la distribuzione di 5 miliardi di dividendi agli azionisti.

Il progetto è quello di tornare alla vocazione originaria, abbandonando i sogni di gloria del modello bancario dei giganti a stelle e strisce. Si punta, infatti, a produrre utili modificando il proprio modello di business, concentrandosi sui finanziamenti alle aziende tedesche e abbandonando l’esempio americano che ha portato a sgretolare il mito stesso dell’affidabilità teutonica. Basta, allora, con il mercato dei derivati o il trading di azioni a favore di attività più tradizionali quali gestione del risparmio, finanziamento alle imprese, mercati valutari e consulenza.

Per ora però mercato e analisti sono dubbiosi sulla fattibilità del progetto che peraltro comporterà un rosso significativo nel 2019: il titolo, dopo aver toccato il minimo storico di 5,79 euro il 3 giugno scorso, a metà luglio è tornato ad essere scambiato sopra i 7 euro.

Purtroppo Deutsche Bank non è un caso isolato in Europa: anche Société Générale, la olandese ING, la britannica HSBC hanno ridimensionato drasticamente l’investment banking licenziando migliaia di dipendenti. È un’altra sfida che il Vecchio Continente ha perso nei confronti degli Stati Uniti. L’Unione europea non è stata in grado di agire in modo rapido, sistemico e radicale come hanno fatto invece gli Stati Uniti. Bruxelles ha lasciato gli aggiustamenti ai singoli paesi i quali hanno cercato di gettare la polvere sotto il tappeto.

Per fare gli americani poi bisogna avere alle spalle una banca centrale come la Federal Reserve in grado di spegnere qualsiasi incendio come avvenne all’indomani del crac di Lehman Brothers. Altri vincoli arrivano dalle regole europee che, con tetti e parametri da rispettare, non potranno mai concedere di aumentare il deficit per andare in soccorso delle società in crisi.

Inizio della fine: voragine dei conti

L’inizio della fine è nel 2015 quando Deutsche Bank inizia a perdere credibilità a causa del susseguirsi di scandali. Il primo fu la manipolazione fraudolenta del Libor, il tasso di riferimento sui mutui immobiliari. Tra multe e risarcimenti il colosso bancario dovette sborsare oltre due miliardi e mezzo chiudendo l’anno con una perdita netta di 6,8 milioni di euro. Ci fu l’azzeramento dei vertici con pesanti ricadute sulla credibilità di tutto il sistema bancario tedesco. Negli anni successivi Deutsche Bank fu impegnata a ridurre la voragine dei conti e il 2016 si chiuse con un rosso di 1,4 miliardi, sceso a 0,7 miliardi nel 2017.

Proprio quando gli investitori iniziavano a sperare in una ripresa, scoppiò un nuovo scandalo legato al mercato dei derivati che fece saltare anche le poltrone dei manager insediati nel 2015 dopo la vicenda Libor. L’enorme esposizione ammontava a oltre 43 mila miliardi di dollari, ovvero sedici volte il PIL dell’intera Germania. Ad aprile del 2018 l’amministratore delegato John Cryan venne sostituito da Christian Sewing che si ritrovò una banca le cui azioni si erano deprezzate del 30% solo dall’inizio dell’anno. Fu Sewing che iniziò a uscire dai mercati obbligazionari americani puntando sul finanziamento all’impresa europea, cercando di tornare alla vocazione originaria di Deutsche Bank.

Sewing, però, non ebbe neppure il tempo di respirare che dalla Federal Reserve, nel giugno 2018, arrivò la seconda bocciatura consecutiva negli stress test sui piani di capitale e la qualità della gestione. La divisione USA di Deutsche Bank è l’unica, su 35 banche, a non vedersi approvati i piani su dividendi e buyback. I supervisori della Fed riscontrarono “ampie carenze” nei sistemi interni di controllo della banca tedesca e nella gestione dati.

Accanto agli scandali finanziari a novembre 2018 iniziarono anche i guai giudiziari per il sospetto di operazioni di riciclaggio di denaro sporco con la creazione di società nei paradisi fiscali nell’ambito dell’inchiesta, ancora in corso, sui Panama Papers. A erodere ulteriormente la fiducia degli azionisti ci furono poi gli stress test della BCE che avevano rilevato una posizione patrimoniale sempre più debole dell’istituto di credito. I guai sono continuati fino al mese scorso quando, il 3 giugno, arriva il punto di non ritorno: il prezzo in Borsa del colosso tedesco ha toccato il minimo storico a quota 5,79 euro e per il CEO Sewing, alla guida di Deutsche Bank da poco più di un anno, la svolta è inderogabile e deve essere credibile: pochi giorni dopo presenta il piano ‘lacrime e sangue’.

Ecco i principali obiettivi e punti del piano di ristrutturazione:

  • Creazione di quattro aree di business: il corporate banking diventa il motore principale e centrale, nel quale confluiranno tutte le attività connesse a questo tipo di attività; il private banking;?l’asset management;?l’investment banking.
  • I costi saranno ridotti di 6 miliardi per arrivare a 17 miliardi per il 2022, con un rapporto costi-ricavi (cost to income ratio) che scende al 70% per il 2022.
  • Il taglio del personale di 18.000 unità per ora non ha una ripartizione geografica annunciata, sarà “in tutto il mondo” in seguito all’uscita dal settore della negoziazione e compravendita di equity (ma DB resta operativa in M&A e IPO quindi esce dal secondario, resta sul mercato primario). I tagli più forti dovrebbero essere negli USA e nel Regno Unito, sebbene Londra resterà un centro importante per DB ha assicurato Sewing alla stampa inglese. Alla fine della ristrutturazione la forza lavoro sarà di 74.000 unità.
  • Creazione di una Capital Release Unit dove verranno trasferiti asset equivalenti al 40% dei RWA (attivi ponderati per il rischio) pari a 74 miliardi e 300 miliardi circa di assets in termini di leverage, di cui 170 miliardi provenienti dalla chiusura del business equity su scala globale.
  • Previsti investimenti in Information Technology fino a 13 miliardi di cui 4 miliardi concentrati nelle funzioni di controllo e dunque compliance.

Un piano certamente di non facile attuazione e che richiederà tempo e molti sforzi da parte del colosso bancario tedesco, sul quale resta puntata l’attenzione per vedere se riuscirà a vincere la sfida dell’austerity.

© Italiaonline S.p.A. 2020Direzione e coordinamento di Libero Acquisition S.á r.l.P. IVA 03970540963

Deutsche Bank “too big to fail” ma salvataggio sarà &#822...