Dazi, Usa ed Europa fanno la pace: c’è l’accordo Trump-Juncker

Pericolo scampato ma sono in tanti a interrogarsi sul futuro del WTO. Ne abbiamo parlato con Eleonora Poli dello IAI

(Teleborsa) Negli ultimi mesi si è fatto un gran parlare della “guerra dei dazi” tra Usa ed Europa che, al momento, per fortuna,  sembra scongiurata.
ACCORDO TRUMP – JUNCKER – Ad aprire le porte al disgelo tanto atteso e sperato, ci ha pensato l’accordo Trump-Juncker arrivato appena due giorni fa.  Washington, dunque,  metterà da parte il suo protezionismo e Bruxelles, dal canto suo, rinuncerà alle rappresaglie che aveva annunciato come contromossa.  Un impegno, quello siglato 48 ore fa,  per arrivare a “zero dazi, zero barriere e zero sussidi su prodotti industriali non automobilistici”.

Dopo la paura della guerra, insomma, arriva la tregua commerciale, mentre inizia una “nuova fase negoziale durante la quale le parti si asterranno dall’introdurre nuove tariffe”.

PROVE DI PACE – Intanto, la Ue tende la mano al presidente americano aumentando le importazioni di soia e quelle di gas naturale liquefatto per “diversificare” le proprie fonti di approvvigionamento energetico. Trump e Juncker si sono impegnati a  risolvere la disputa legata ai dazi sull’acciaio e sull’alluminio europei, fatti scattare dagli Usa il primo giugno scorso con l’intento dichiarato di volere proteggere la sicurezza nazionale della prima economia al mondo.

SODDISFAZIONE LAGARDE – Arriva subito il commento positivo di  Christine Lagarde, il direttore generale del Fondo monetario internazionale,, che si dice  “felice” dell’impegno di Usa e Ue a lavorare insieme per ridurre le barriere commerciali. 

Proviamo a riassumere cosa è successo fin qui. E, soprattutto, quali sono i possibili scenari. Lo abbiamo chiesto a Eleonora Poli,  Ph.D., research fellow IAI (Istituto Affari Internazionali) 

Cos’è la guerra dei dazi?

“Per guerra dei dazi si intende il tentativo del Presidente Donald Trump di rilanciare l’economia Americana e la produttività interna applicando dazi sulle importazioni di beni strategici. Questa strategia, in linea con il motto della campagna elettorale di Trump, “America First”, si è concretizzata con l’introduzione di dazi su alluminio ed acciaio a cui si è susseguita la minaccia di imporre tariffe analoghe anche sulle esportazioni di macchine europee.  Il recente incontro tra il Presidente Trump ed il Presidente della Commissione europea, Jean Claude Juncker sembra però aver portato ad una svolta nella relazioni tra i due partner. Proprio durante l’incontro è stata infatti lanciata l’idea di un accordo a tariffe “zero”, che implicherebbe l’abolizione di barriere al commercio e aiuti statali in maniera da rilanciare il commercio tra le due parti, che ad oggi vale mille miliardi di dollari e rappresenta il mercato più grande al mondo.

L’Ue ha accettato di acquistare beni americani come i semi di soia, il cui mercato è stato negativamente colpito dall’introduzione di dazi dalla Cina, e il gas naturale, e di lavorare per riformare le regole del commercio internazionale. Tuttavia, gli Stati Uniti si devono impegnare ad abolire le tariffe sull’ acciaio ed alluminio.
Dopo settimane di stallo, il risultato dell’incontro sembra positivo. Non è però ancora detta l’ultima parola. Mentre il Presidente Trump utilizza una tecnica politica basata sulla polarizzazione e sulla creazione di nemici esterni per mantenere consenso interno, la sua politica estera non appare sempre lineare. Prima dell’incontro con Juncker, Trump era arrivato a definire l’Ue come nemica degli Stati Uniti. Inoltre, tra i due partner Atlantici rimangono ancora diverse questioni aperte come la maxi multa a Google imposta dall’UE, l’accordo di Parigi sul clima o l’accordo sul nucleare con l’Iran. Tutti fattori quest’ultimi che potrebbero inasprire i rapporti”.

All’inizio di luglio la guerra dei dazi ha vissuto un passo importante, con l’imposizione di dazi del 25% su 818 prodotti importati dalla Cina per un valore di 34 miliardi di dollari che ha reagito aumentando di 25 punti percentuali i dazi su alcuni prodotti importati dagli Stati Uniti.  Con la situazione in evoluzione  è difficile quantificare i reali effetti ma negli Usa si moltiplicano gli studi sui costi della politica commerciale protezionista e sul rischio che l’America perda 45 mila posti di lavoro. Cosa può accadere quando la prima economia del pianeta dichiara guerra commerciale alla seconda economia?

“Una guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, accusata di aver aumentato il deficit commerciale dell’America tramite pratiche concorrenziali sleali e dumping sociale in violazione  delle regole dell’Organizzazione mondiale del commercio  (WTO) non porterà sicuramente a nulla di buono se non ad un aumento di prezzi, alla perdita di numerosi posti di lavoro e ad uno stravolgimento degli equilibri geo-economici globali. Eppure l’imposizione dei dazi da parte degli Stati Uniti verso paesi terzi non è nuovo. Già negli anni 80, gli USA avevano dichiarato una guerra commerciale al Giappone, giudicato troppo pericoloso per il mercato americano. Tuttavia le dinamiche globali sono cambiate rispetto agli anni 80. Si è passati da un mondo bipolare governato da Stati Uniti ed Unione Sovietica ad un mondo unipolare, dove gli Stati Uniti erano egemoni, per poi finire in un mondo non-polare dove non solo svariate potenze regionali controllano diverse aree o settori del mondo ma dove le relazioni internazionali sono alimentate da evoluzioni sempre più rapide ed imprevedibili. In questo frangente, avendo perso il primato economico, politico, militare e di know how, in termini assoluti, e dovendo competere con molti altri paesi, la politica aggressiva  degli Stati Uniti è pericolosa. Se dal punto di vista della politica interna, il pugno duro di Trump sta portando ad un aumento senza precedenti della sua legittimità, con il 90% degli elettori repubblicani e il 45% degli elettori in generale che ancora lo supportano, le conseguenze sull’arena globale possono avere dei risvolti molto negativi. Non solo nessuno uscirà vincitore da una guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, ma l’approccio “occhio per occhio” delle restrizioni commerciali potrebbe diventare la nuova normalità impattando non solo le relazioni tra Stati Uniti e Cina, ma anche l’ Unione europea. Da un lato, il Mercato Unico europeo potrebbe essere invaso da tutte quelle merci cinesi che non possono più entrare negli Stati Uniti. Dall’altro, un avvicinamento della Cina all’Unione europea potrebbe si favorire un rilancio del ruolo europeo nell’arena globale ma a discapito della sua già traballante relazione con gli Stati Uniti. Di fatto, l’UE non può permettersi di escludere gli Stati Uniti che rimangono ancora il suo primo partner commerciale e politico. Bruxelles dovrà quindi essere molto cauta nel gestire i rapporti con la Cina senza urtare i sentimenti Americani e viceversa”.

Un altro aspetto centrale è il ruolo del WTO,  l’Organizzazione mondiale del commercio. Al recentissimo G20 di Buenos Aires si è parlato di un negoziato tripartito (Usa, Ue, Giappone) per riformarla.  L’intenzione non sarebbe riscrivere il trattato da cima a fondo, ma chiarirne alcuni aspetti e di rafforzarne la funzione giurisdizionale nelle vertenze commerciali.  Che futuro sarà per l’Organizzazione alla luce di quanto sta accadendo?

“Alla base dell’Organizzazione mondiale del commercio c’è da sempre stata l’dea che la globalizzazione non deve portare solo alla liberalizzazione sfrenata del commercio ma anche alla definizione di regole ed istituzioni in grado di guidare i mercati e promuovere il fair play e la cooperazione internazionale. Se si analizzano i trend economici odierni tuttavia, queste sembrano parole lontane dalla realtà. Secondo un rapporto del WTO, dal 2016 al 2017 la crescita delle misure restrittive commerciali ha raggiunto un valore  di circa 49 miliardi di dollari, mentre dal 2017 al 2018 si è attestata attorno a circa 85 miliardi di dollari. Il futuro del WTO sembra quindi grigio, soprattutto se l’aumento delle restrizioni commerciali diventasse la nuova normalità. Tutto dipende dalla volontà dei governi e dalla loro capacità di formulare politiche di lungo periodo in grado di normalizzare le relazioni commerciali”.

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