Da PIL a inflazione, l’impatto della guerra sull’economia: gli scenari Bankitalia

(Teleborsa) – “Nella prima parte del 2022 i mercati finanziari italiani hanno risentito dell’acuirsi dell’incertezza e dell’avversione al rischio. Le quotazioni azionarie, soprattutto quelle del comparto bancario, sono diminuite in connessione con l’avvio della guerra; hanno poi recuperato parzialmente. Lo spread sovrano e i costi di finanziamento delle imprese e delle banche sono saliti”. Lo rileva la Banca d’Italia nel Bollettino economico.

In uno scenario “più severo” di aggravamento della guerra in Ucraina e tensioni con la Russia sulle sanzioni, con un arresto delle forniture di gas naturale da Mosca, il PIL dell’Italia “diminuirebbe di quasi mezzo punto percentuale sia quest’anno sia il prossimo”. Sono le cifre ipotizzate della Banca d’Italia in una analisi intitolata “l’impatto della guerra in Ucraina sull’economia italiana: scenari illustrativi”, inserito nel bollettino Economico. Reca tre diversi scenari ipotetici, con relative stime economiche, uno mite, uno intermedio e questo, appunto, più severo in cui “a fronte di quanto prefigurato nel Bollettino economico dello scorso gennaio, il prodotto – dice Bankitalia – risulterebbe ridimensionato per più di 7 punti percentuali complessivamente nel biennio 2022-23. L’inflazione si avvicinerebbe all’8 per cento nel 2022 e scenderebbe al 2,3 nel 2023″.

Peraltro “nell’attuale contesto di fortissima incertezza non si possono escludere scenari ancora più sfavorevoli. Le conseguenze del conflitto sull’economia italiana dipenderanno anche in misura rilevante dalle politiche economiche che potranno essere adottate per contrastare le spinte recessive – aggiunge l’istituzione di Via Nazionale – e frenare le pressioni sui prezzi evidenziate negli scenari qui presentati”.

I tre scenari ipotizzati “non esprimono una valutazione riguardo l’evoluzione ritenuta più probabile per l’economia negli anni a venire – precisa Bankitalia – e non costituiscono pertanto un aggiornamento delle proiezioni per l’Italia”. Nello scenario più favorevole, che ipotizza “una rapida risoluzione del conflitto e un significativo ridimensionamento delle tensioni a esso associate, la crescita del Pil sarebbe di circa il 3 per cento nel 2022 e nel 2023; l’inflazione si porterebbe, rispettivamente, al 4 e all’1,8 per cento. Nello scenario intermedio – si legge – formulato supponendo una prosecuzione delle ostilità, il PIL aumenterebbe attorno al 2 per cento in entrambi gli anni; l’inflazione sarebbe pari al 5,6 e al 2,2 per cento. Nello scenario più severo, che presuppone anche un’interruzione dei flussi di gas russo solo in parte compensata da altre fonti, il Pil diminuirebbe di quasi mezzo punto percentuale nel 2022 e nel 2023; l’inflazione si avvicinerebbe all’8 per cento nel 2022 e scenderebbe al 2,3 l’anno successivo”. “Questo ampio ventaglio di stime – puntualizza l’istituzione – non tiene conto di possibili nuove risposte delle politiche economiche che saranno essenziali per contrastare le spinte recessive e le pressioni sui prezzi derivanti dal conflitto”.

“Sulla base degli indicatori più recenti, stimiamo che nel primo trimestre del 2022 il PIL abbia registrato una riduzione di poco più di mezzo punto percentuale sul periodo precedente. Le informazioni congiunturali finora disponibili segnalano una flessione sia dell’attività manifatturiera sia di quella nei servizi; in quest’ultimo comparto il calo sarebbe connesso soprattutto con l’indebolimento della spesa delle famiglie”, rileva ancora Banca d’Italia. “Gli indici dei responsabili degli acquisti delle imprese della manifattura e dei servizi sono scesi rispetto alla fine del 2021, pur rimanendo in marzo su livelli elevati. Le rilevazioni di marzo dei climi di fiducia, le prime successive all’invasione dell’Ucraina, mostrano un marcato peggioramento per le famiglie, soprattutto della componente prospettica, a fronte di una tenuta della fiducia delle imprese. In prospettiva – aggiunge Bankitalia – il conflitto in Ucraina potrebbe gravare sul Pil dell’Italia tramite diversi canali”.

“La guerra in Ucraina acuisce i rischi al ribasso per l’attività e al rialzo per l’inflazione. In seguito all’invasione, un’ampia parte della comunità internazionale ha risposto tempestivamente nei confronti della Russia con sanzioni che non hanno precedenti per severità ed estensione. Gli effetti immediati del conflitto sulle quotazioni nei mercati finanziari globali sono stati significativi – si legge – sebbene si siano attenuati dalla metà di marzo; la volatilità rimane elevata in molti segmenti di mercato”. “I prezzi delle materie prime, soprattutto energetiche, per le quali la Russia detiene una quota rilevante del mercato mondiale, sono aumentati ulteriormente. Nel complesso – dice lo studio – la guerra acuisce i rischi al ribasso per il ciclo economico mondiale e al rialzo per l’inflazione”.

“Tra le principali economie mondiali, la Germania e l’Italia mostrano la maggiore dipendenza dalle materie prime provenienti dalla Russia: l’input di energia e metalli da questo paese rappresenta il 7 per cento del fabbisogno totale dell’Italia e l’8 della Germania. Le stesse economie potrebbero inoltre essere tra le più colpite, in via diretta e indiretta attraverso le catene globali del valore, da un blocco delle esportazioni verso la Russia”, rileva ancora Bankitalia sottolineando che “la domanda finale russa assorbe lo 0,6 per cento del valore aggiunto totale prodotto in Italia e lo 0,9 di quello prodotto in Germania; la quota è in media pari allo 0,3 per i paesi avanzati – si legge – e allo 0,4 per le economie emergenti”.

L’eventuale interruzione dei flussi di gas russo “potrebbe essere compensata per circa due quinti, entro la fine del 2022 e senza intaccare le riserve nazionali di metano, attraverso l’incremento dell’importazione di gas naturale liquefatto, il maggiore ricorso ad altri fornitori e l’aumento dell’estrazione di gas naturale dai giacimenti nazionali”, si stima ricordando nel bollettino economico che dalla Russia proviene più di un quinto delle importazioni totali di energia, ma “per il solo gas naturale la quota supera il 45 per cento”. “Nel medio periodo – aggiunge Bankitalia – sarebbe possibile compensare pienamente le importazioni di gas russo con più cospicui investimenti sulle fonti rinnovabili, oltre che mediante il rafforzamento delle importazioni da altri paesi”.

Sul come sostituire il gas naturale dalla Russia, lo studio di Bankitalia ipotizza “soluzioni quali l’incremento dell’importazione di gas naturale liquefatto, in particolare dagli Stati Uniti e dal Qatar; il maggiore ricorso ad altri fornitori, come l’Algeria e l’aumento dell’estrazione di gas naturale dai giacimenti nazionali”. Limitatamente al gas impiegato per la produzione di energia elettrica, poi “fra le strategie a cui sarebbe possibile ricorrere rientra anche la riapertura delle centrali a carbone, al costo tuttavia di un aggravio significativo delle emissioni inquinanti. Nel medio periodo – si legge – sarebbe possibile compensare pienamente le importazioni di gas russo con maggiori investimenti sulle fonti rinnovabili e con il rafforzamento delle importazioni da paesi diversi dalla Russia (attraverso i gasdotti e, soprattutto, gli impianti di rigassificazione).