Covid-19, ospedali: il difficile percorso per i “malati normali”

(Teleborsa) – Umberto Mensa, medico specialista in anestesia, rianimazione e terapia intensiva è in forza in Veneto all’Unità Locale Socio Sanitaria 1 Dolomiti (ULSS) che dal 25 ottobre 2016, in base a Legge regionale, ha unito l’ULSS di Belluno e quella di Feltre. “Unità” che comprende due ospedali maggiori, oltre a “presidi” minori dislocati nella Provincia, come il Codivilla-Putti di Cortina d’Ampezzo.

Il dottor Mensa è nato a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, dove il padre svolgeva l’attività di tecnico aeronautico, da cui ha ereditato la passione per l’aviazione. Dopo aver vissuto in Libia e Francia si è stabilito a Torino, dove si è laureato in medicina e chirurgia. Successivamente, a Padova, ha conseguito la specializzazione.

Data la sua passione per il volo, voleva fare il medico delle emergenze in elicottero e per questo si è spostato nell’area delle Dolomiti. In questo periodo offre la sua disponibilità ai reparti di sala operatoria e terapia intensiva. Col dottor Umberto Mensa Teleborsa ha affrontato il complesso tema della organizzazione dei servizi sanitari all’interno delle strutture ospedaliere nel corso dell’emergenza Covid-19.

La diffusione del coronavirus sul territorio nazionale ha costretto le strutture sanitarie a convertire una percentuale dei posti letto destinandoli a reparto terapia intensiva e sub intensiva. Uno sforzo logistico e organizzativo che deve tenere conto della necessità di garantire le cure negli altri reparti, salvo i casi differibili. Dott. Mensa, nel suo ruolo di anestesista operatore di terapia intensiva ci spiega come vengono gestite le emergenze, per esempio di natura cardiaca o oncologica, non legate a contagio della pandemia in atto?

“Purtroppo, le altre malattie non sono andate in pensione o in vacanza, continuano ad esserci urgenze, seppur in modo minore, dovuto anche allo stare a casa. L’importante nel nostro lavoro è trattare tutti come potenziali Covid. Quindi chiunque, anche se si presenta al Pronto Soccorso in urgenza con il dito fasciato o con una frattura, viene trattato appunto come se fosse contagiato Covid. Qui in ospedale si fa il tampone a tutti i casi che devono accedere a un percorso di cura, e fino al momento in cui l’anamnesi e il tampone ci danno conferma di non positività, si tratta qualsiasi paziente come se fosse positivo, giusto per evitare che ci siano dei contagi inaspettati”.

Prendiamo il caso delle strutture ospedaliere bellunesi, in cui lei lavora, fuori dalle zone rosse ma ugualmente esposto agli effetti dell’epidemia di Covid. Come si è riusciti a mantenere l’efficienza?

“La mia ULSS Dolomiti è stata molto efficiente in proposito. Essendo composta da due ospedali di uguali dimensioni situati a 30 km, si è deciso di fare un ospedale di campo ai Covid e un ospedale dedicato ai no Covid, dove presto la mia opera. È ovvio che si presentano casi Covid anche da noi e, appena identificati, sono subito trasferiti all’altro ospedale. Due realtà diverse, in modo da mantenere “pulita” la realtà no Covid, che si possa così dedicare alle altre emergenze e soprattutto anche agli oncologici, che necessitano di cure urgenti. Il personale è stato compartimentato in questo modo; una volta, prima dell’emergenza, giravamo, andavamo a fare interventi con elicottero e altri servizi. Ora siamo bloccati nei nostri ospedali, giusto per mantenere al minimo il movimento e così anche la possibilità di contagio tra il personale”.

© Italiaonline S.p.A. 2020Direzione e coordinamento di Libero Acquisition S.á r.l.P. IVA 03970540963

Covid-19, ospedali: il difficile percorso per i “malati normali&...