Coronavirus, Unione Italiana Food: “Futuro incerto per 6 aziende alimentari su 10”

(Teleborsa) – La crisi colpisce anche l’industria alimentare che, al pari di altri comparti strategici del Made in Italy, non uscirà indenne da questa emergenza. Nonostante l’aumento di volumi per alcune categorie di prodotto 6 imprese su 10 denunciano un calo di produzione e fatturato ed esprimono preoccupazione per gli effetti a lungo termine del blocco dell’economia. Per il futuro si punta sulla forza del Made in Italy, su innovazione e sui mercati esteri, auspicando il sostegno delle Istituzioni. Questo il quadro che emerge da una ricerca del Dipartimento di Economia Aziendale dell’Università Roma Tre commissionata da Unione Italiana Food – associazione di categoria che rappresenta 450 imprese di oltre 20 settori merceologici – per analizzare l’impatto coronavirus sull’alimentare italiano.

Realizzata ad aprile, la ricerca ha raccolto e analizzato i giudizi di circa 120 grandi, medie e piccole aziende alimentari aderenti a Unione Italiana Food. Circa 800 brand che impiegano 65mila persone e sviluppano un fatturato di oltre 36 miliardi di euro, di cui 12 miliardi di export. Il campione intervistato racchiude grandi marchi e Pmi radicate sul territorio, che rappresentano tanti simboli del Made in Italy come caffè, pasta, cioccolato, gelati, prodotti da forno (e da ricorrenza, come Pandoro e Panettone), confetteria e chewing gum, surgelati, sottoli e sottaceti, salse, sughi e condimenti, minestre, confetture e miele, alimenti per la prima l’infanzia, integratori alimentari, ortofrutta fresca confezionata, nettari di frutta e ortaggi, tè, infusi e tisane, spezie ed erbe aromatiche.

“Questa emergenza ha fatto riscoprire a milioni di persone il valore dell’industria alimentare – afferma Marco Lavazza, presidente di Unione Italiana Food –. Dietro a tanti prodotti di uso quotidiano ci sono tradizione, investimenti in ricerca e sviluppo, manodopera specializzata, tecnologie e sistemi di logistica avanzati. Peculiarità date per scontate o dimenticate. Va elogiato il lavoro di tutte le aziende alimentari che nonostante le misure di confinamento hanno garantito a tutti l’accesso al cibo, hanno reso disponibili con continuità e in quantità sufficienti tutti i prodotti a cui siamo abituati, superando tutte le difficoltà e garantendo la sicurezza lungo tutte le filiere. Questo è stato possibile solo grazie al senso di responsabilità e al coraggio delle nostre persone, oltre alle aziende che hanno garantito da subito la sicurezza nei luoghi di lavoro dotandosi in tempi record dei dispositivi di protezione necessari, introducendo procedure mirate ad assicurare il distanziamento e ricorrendo allo smart working in tutti i casi possibili”.

Lo studio sottolinea come 7 aziende su 10 (il 70,4%) hanno riscontrato variazioni nulle o marginali del tasso di assenteismo dei lavoratori durante l’emergenza. Per premiare questo impegno, 6 aziende su 10 hanno già previsto riconoscimenti e incentivi per il personale o si stanno attrezzando per farlo. Dall’emergenza è risultato anche il legame stretto delle aziende alimentari con il territorio in cui operano e con le comunità locali. Oltre alle donazioni dei grandi gruppi, sono tantissime le aziende alimentari che in questi giorni hanno assicurato contributi concreti alle strutture sanitarie e alle comunità locali.

IMPATTO E STRATEGIE DI RESILIENZA– Rispetto al boom di scaffali vuoti nei supermercati di marzo, a 60 giorni dall’inizio dell’emergenza la ricerca offre uno spaccato più diversificato e in chiaroscuro del settore. “Purtroppo – commenta Lavazza – la chiusura degli esercizi del settore Ho.Re.Ca. come mense, bar e ristoranti, ha inciso profondamente sulle opportunità di mercato delle aziende che utilizzano in modo esclusivo o prevalente quel canale di vendita. Gli aumenti registrati per alcune categorie merceologiche nella GDO non hanno compensato queste ingenti flessioni. Anche quanti hanno visto crescere fatturato e produzione, in molti casi hanno dovuto sostenere un aumento dei costi delle materie prime o della logistica che incide negativamente sull’andamento economico. Molte aziende quindi, soprattutto le più piccole, sono ora in seria difficoltà“. Stando alla ricerca dell’Università Roma Tre, il 59% delle aziende alimentari ha dichiarato di aver subito un calo della produzione rispetto ad una situazione di normalità. Con punte, per una azienda alimentare su 4, di almeno il 30%. Circa il 60% delle imprese stima un calo del fatturato per il 2020, che, per quasi un intervistato su 4, sarà superiore al 20%. Per una percentuale analoga (il 61% del campione), il Covid-19 avrà un impatto “elevato” o “molto elevato” sul suo futuro. Solo il 7% degli intervistati ritiene che attraverserà la crisi senza conseguenze. Gli ambiti dove l’impatto del Covid-19 si è finora sentito di più riguardano gli aspetti finanziari (posizione creditizia e debitoria, cash flow), commercio estero, processi produttivi e logistica, marketing e innovazione di prodotto, e approvvigionamenti di materie prime. Guardando invece al futuro immediato, a preoccupare le aziende sono soprattutto gli scambi con i mercati esteri (in entrata e in uscita), l’organizzazione del lavoro, la finanza e la gestione della rete vendita, tutte con valori superiori ai 3 punti in una scala di importanza da 1 a 5. Per fronteggiare il Covid-19, 8 aziende alimentari su 10 (79%) hanno promosso lo smart working. E se un’azienda su 3 (33%) ha aumentato la produzione, molte di più, il 53%, l’hanno ridotta o hanno limitato il numero di referenze (33%). Per quanto riguarda gli effetti economici a medio e lungo termine del Covid-19 sul loro business, per il 42% del campione gli effetti saranno “prevalentemente negativi, anche se temporanei”, mentre per il 13% saranno “molto negativi e duraturi”. E anche tra le aziende che hanno beneficiato dello scenario di un’Italia in quarantena (24,8%), quasi tutte sono convinte che l’impatto positivo sarà a breve termine e ci sarà un calo futuro.

PER LA RIPRESA SI PUNTA SU MERCATI ESTERI E INNOVAZIONE – Più di 6 aziende su 10 (64%) stimano in 6-12 mesi il tempo necessario per tornare alla normale operatività. Ma c’è anche un 6% convinto che non si tornerà mai più alla situazione precedente e più del 40% del campione afferma di non aver ancora chiaro quali misure adottare per il post Coronavirus. Il 32% dichiara che per difendersi punterà soprattutto sulla riorganizzazione “smart” del lavoro. Circa 1 azienda su 4 conta di uscire dalla crisi puntando sull’innovazione di prodotto e di processo, o sull’export verso mercati strategici nella nuova geografia disegnata dal coronavirus. Quasi 8 aziende su 10 (il 79%) si dichiarano fiduciose sulla tenuta della reputazione di marchi e prodotti italiani. Solo per il 15% la soluzione è nelle nuove strategie finanziarie. Per un 17% composto in gran parte da Pmi – si legge nella ricerca – gli effetti saranno recuperabili; il 34% (perlopiù grandi aziende) prevede, invece, che l’impatto prodotto dal virus sarà più persistente. Alla base della ripartenza per tutti vi sono investimenti in innovazione, sia di processo che di prodotto. Altro punto su quale le imprese alimentari di Unione Italiana Food sono d’accordo è che “da questa crisi le aziende non usciranno solo con le loro forze”. Interrogati sulle misure e gli ambiti di intervento utili a superare la crisi, quasi la metà del campione (44%) invoca un maggior supporto economico alle imprese, il 13% sgravi fiscali e l’11% chiede al Governo azioni per il rilancio dei consumi e il supporto alla filiera.

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