Confindustria: guerra in Ucraina e inflazione pesano su crescita PIL secondo trimestre

(Teleborsa) – L’indagine flash del Centro studi di Confindustria ha sottolineato che il calo dei contagi potrebbe sostenere turismo e servizi ma l’inflazione frena i consumi delle famiglie. L’attuale congiuntura è definita “Scenario difficile”. L’andamento del Pil italiano nel secondo trimestre 2022 “è molto incerto, sintesi di dinamiche contrastanti: nel complesso, appare molto debole”. “Prosegue, infatti, la guerra in Ucraina e con essa i rincari delle commodity e la scarsità di materiali, con cui fanno i conti le imprese. Viceversa, il calo dei contagi potrebbe sostenere turismo e servizi, ma l’inflazione frena i consumi delle famiglie”.

L’energia, sottolinea il CSC, è “carissima”. Il prezzo del petrolio “è balzato a giugno a 126 dollari al barile (da 113 a maggio), vicino al picco di marzo. Il gas naturale in Europa stava scendendo piano (81 euro/mwh da 89, pur restando 6 volte piu’ alto da fine 2019), ma e’ bruscamente volato verso 120 per il taglio all’offerta russa”.

Secondo l’analisi di Confindustria l’aumento dei tassi da parte della BCE “frenerà le aspettative di inflazione e limiterà il trasferimento dei rincari agli altri beni, ma non riuscirà a ridurre i prezzi di energia e alimentari e avrà un effetto recessivo”. Nell’indagine congiunturale rapida di giugno il Centro Studi dedica un Focus al tema dei tassi indicando tra l’altro “rischi di aumento per il costo del credito in Italia”, dopo che a giugno l’Eurotower ha rotto gli indugi pre-annunciando un rialzo dei tassi di interesse a luglio (di 0,25%) e poi a settembre (di ulteriori 0,25/0,50%).

“Infatti, i tassi pagati dalle imprese, da anni ai minimi (1,85% in aprile per le PMI sulle nuove operazioni, 0,87% per le grandi), rischiano di subire un aumento. Se salisse il costo del credito, si aggraverebbe la situazione finanziaria delle aziende, già complicata dalla pandemia nel 2020 (cui si sommano ora le bollette energetiche) che ha condotto ad accumulare maggior debito”, spiega il CSC. “Tradizionalmente – prosegue – i tassi sul credito in Italia sono correlati all’andamento del Btp, quindi il rischio è di un rialzo ampio. Nell’ultima fiammata del Btp (2018-2019) il costo del credito non ne ha risentito: un motivo può essere che la raccolta bancaria si basa di più sui depositi, meno sulle obbligazioni (-7,8% nel 2022, +5,4% la raccolta totale), ma quel che conta è soprattutto la percezione che hanno le banche sulla durata del rialzo”.

Il CSC vede poi “un freno a consumi e investimenti“. Dato lo stock di debito bancario di famiglie e imprese, un rialzo dei tassi “si tradurrebbe in un pesante aumento degli oneri finanziari. Inizialmente riguarderebbe solo le nuove operazioni di prestito e quelle esistenti a tasso variabile (come i mutui). A regime, cioè entro alcuni anni, riguarderebbe l’intero stock: +1,5 miliardi di interessi nel primo anno per le imprese per ogni punto di aumento del tasso (stime Csc)”. Si avrebbe “anche un impatto diretto sul PIL corrente se i maggiori costi attesi spingessero le famiglie/imprese a rimandare o ridurre i consumi/investimenti programmati (a debito)” e “meno risorse per le policy“.

Il rialzo dei tassi sui Btp “fa aumentare anche la spesa pubblica per interessi, seppur gradualmente, man mano che lo stock di titoli pubblici viene rinnovato ai tassi più elevati (7,1 anni la durata media del debito)”. Nel 2022, il rincaro riguarda oltre 300 miliardi di euro di titoli in scadenza. Inoltre, “per evitare di far salire ulteriormente lo spread – conclude il CSC – occorrerà una politica di bilancio prudente, proprio quando sarebbero necessari maggiori interventi per contrastare il caro-energia”.