Clima, trattative estese a domani. Si fatica a trovare la quadra

(Teleborsa) – Ancora nessun accordo alla conferenza sul clima di Parigi (COP 21), che pertanto proseguirà anche domani.

Leader e rappresentanti dei 200 Paesi riuniti nella Capitale francese per fermare il riscaldamento globale hanno deciso di prendersi un giorno in più rispetto al tabellino di marcia originario, che prevedeva la chiusura dei lavori l’11 dicembre.

“Ci stiamo muovendo verso la giusta direzione” ha dichiarato il Ministro degli Esteri francesi Laurent Fabius che domani, come anticipato alla TV BFMTV, presenterà un testo “di compromesso” che favorirà il sospirato accordo.

Il problema è che, con ogni probabilità, quello di domani sarà un accordo al ribasso rispetto agli ambiziosi target fissati all’apertura dei lavori.

Molti Paesi, soprattutto le Isole che più rischiano a causa del riscaldamento globale, miravano a limitare l’aumento medio della temperatura globale sotto i 2 gradi, precisamente entro gli 1,5 gradi.

Invece a quanto pare sarà difficile anche riuscire a rispettare il target dei 2 gradi. 

Tra i punti più controversi figura quello che chiede ai Paesi di rivedere ogni cinque anni l’accordo che, come noto, inizierà ad essere implementato nel 2020.

“Un accordo senza revisione quinquennale non ha senso”, ha commentato il Commissario europeo per il clima Miguel Arias Cañete, perché gli impegni concordati nel COP 21 non sono sufficiente a fermare l’aumento delle temperature a 2 gradi.
Una revisione, inoltre, permetterebbe di introdurre misure più incisive e di limare al meglio l’accordo.

Tra i più fieri oppositori alla revisione quinquennale c’è niente meno che la Cina, uno dei maggiori “inquinatori” al mondo.

Il rappresentante di Pechino ha spiegato che i piani cinesi per limitare le emissioni di anidride carbonica sono decennali e vanno dal 2020 al 2030. Al momento risulta dunque impossibile rivederli ogni cinque anni.

Tornando all’accordo di massima, i Paesi più vulnerabili potrebbero ritenersi soddisfatti dal momento che tra quattro anni potranno ricevere i finanziamenti per virare verso le energie pulite e implementare l’accordo.

Molte altre Nazioni, però, continuano a scuotere la testa.

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