Brexit, l’emendamento Letwin beffa Johnson: chiesto a Bruxelles nuovo rinvio

Il Parlamento costringe il Premier a chiedere una proroga per l'uscita della Gran Bretagna dall'UE

(TELEBORSA) – Non è ancora tempo di mettere la parola fine a quella che ormai è stata ribattezzata la “saga Brexit”: un copione degno del più ingegnoso degli sceneggiatori che si arricchisce, di volta in volta, di colpi di scena. L’ultimo si è verificato sabato, particolare tutt’altro che trascurabile.

L’ultima volta che il Parlamento era stato convocato nel fine settimana fu nel 1982, durante la guerra per le Falkland, prima ancora per la crisi di Suez, e per l’invasione della Polonia da parte dei nazisti, nel settembre del 1939.

A beffare BoJo, l’emendamento di Oliver Letwin che ha di fatto bloccato in extremis l’accordo raggiunto tra Johnson e Bruxelles nelle scorse ore. Passato con 322 voti contro 306, ha fatto slittare la resa dei conti sull’accordo per la Brexit fino all’approvazione di tutta la legislazione connessa (l’insieme di norme tecniche attuative che disciplineranno l’uscita), quindi con grande probabilità oltre la scadenza del 31 ottobre promessa da Johnson.

Una decisione che Letwin & Company hanno motivato con la necessità di scongiurare l’eventualità che lo scenario più temuto, quello del No deal potesse rientrare dalla finestra, in caso di intoppi alle leggi allegate.

JOHNSON CADE NELLA TRAPPOLA – “Preferisco morire in un fosso che andare a chiedere a Bruxelles un’altra proroga e buttare via un miliardo di sterline al mese”, aveva detto il Primo Ministro britannico poco più di un mese fa. Eppure, dopo varie esitazioni, non ha potuto evitare di far scattare la richiesta di estensione dei termini del divorzio: lo scorso 9 settembre, infatti, è entrata in vigore una legge, il Benn Act che imponeva il ricorso alla proroga – dal 31 ottobre 2019 al 31 gennaio 2020 – in mancanza di un’intesa con l’Ue ratificata a Westminster entro le 23 del 19 ottobre.

È ormai notte fonda quando Downing Street comunica che Johnson ha inviato a Tusk la lettera prevista dal Benn Act  senza firmarla e anzi accompagnandola con una seconda lettera con cui il Primo Ministro illustra al Presidente del Consiglio UE le ragioni per cui ritiene un errore il rinvio della Brexit.

Il tempo stringe e Johnson proverà a giocare tutte le sue carte  per riprendere in mano la situazione e riproporre il voto sull’accordo. Intanto, i 27 Stati della UE decideranno come reagire all’ennesimo paradosso di Londra. Tusk, intanto, ha annunciato di aver ricevuto la richiesta con un tweet: “La richiesta di rinvio è appena arrivata“, ha scritto. “Ora inizierò a consultare i leader della Ue per decidere come reagire sulla Brexit”.

In uno scenario pieno di punti interrogativi, una sola certezza: c’è chi è pronto a giurare che Theresa May, la prima illustre vittima politica del tormentato divorzio tra Londra e Bruxelles, se la stia ridendo di gusto nell’osservare, ormai da lontano, il collega Johnson mentre annaspa nel mare di un’intesa che rischia di farlo annegare.

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