Borsa, Consob: in Italia ci sono poche quotazioni perché si temono le regole

(Teleborsa) – Perché la maggior parte delle medie imprese italiane decide di non quotarsi? Quali sono le maggiori implicazioni di questa scelta?

Se lo è domandato Consob nel Discussion Paper di settembre che si intitola, appunto, “Implicazioni e possibili motivazioni della scelta di non quotarsi da parte delle medie imprese italiane”.

La Commissione Nazionale per le Società e la Borsa ha messo a confronto su un periodo di dieci anni (2002-2011) i bilanci di un campione rappresentativo di medie imprese italiane quotate con un campione di imprese non quotate simili per settore industriale e per dimensione, rilevando innanzitutto che le società quotate hanno registrato tassi di crescita notevolmente superiori rispetto alle non quotate in termini di fatturato, investimenti e occupazione, anche grazie a una maggiore possibilità di ricorso al capitale di debito.

Le società quotate, peraltro, oltre ad aver generato una maggiore redditività, hanno risentito in misura più attenuata degli effetti della crisi finanziaria del 2007 e della conseguente recessione che ha avuto inizio nel 2009.

Va rilevata inoltre una minore “qualità” dei dati contabili per le società non quotate.

Le società non quotate hanno infine maggiori vincoli finanziari in termini di capacità di raccolta di capitale di rischio e vi sono chiare evidenze di una maggiore difficoltà di accesso al credito bancario per le non quotate.

Complessivamente, rileva Consob, queste evidenze indicano che la scelta di non quotarsi implica costi molto elevati in
termini di minore crescita e redditività e, allo stesso tempo, sembra solo in parte riconducibile alla volontà del management
di sfruttare maggiori possibilità di manipolazione dei dati contabili (earnings management) per estrarre benefici privati o condizionare i contratti con gli stakeholders.

Secondo il Watchdog i risultati del lavoro portano a ritenere che la scarsa propensione alla quotazione delle medie imprese italiane
– che si riflette nell’esiguità del nostro listino – non sembra giustificata dalla prevalenza dei benefici (maggior discrezionalità nella redazione  della rendicontazione contabile e finanziaria) sui costi (minor redditività, minor crescita, più severo razionamento e dipendenza da fonti di finanziamento interne) connessi con la conservazione dello status di “non quotata”, ma sia da ricondurre ad altri fattori, anche culturali, verosimilmente legati alla percezione dei costi complessivi dell’apparato regolamentare che disciplina la quotazione in borsa.

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