Barometro Censis-Cndcec: 460mila piccole imprese a rischio chiusura

(Teleborsa) – L’impatto della crisi Covid-19 si fa sentire duramente sulle piccole imprese italiane. Nel nostro Paese 460mila aziende con meno di 10 addetti e sotto i 500mila euro di fatturato, pari all’11,5% del totale, sono a rischio chiusura a causa dell’epidemia e nel 2021 potrebbero non esserci più. A rischio un fatturato complessivo di 80 miliardi di euro e quasi un milione di posti di lavoro. È quanto emerge dal secondo “Barometro Censis-Cndcec sull’andamento dell’economia italiana”, realizzato dall’Istituto in collaborazione con il Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili, presentato oggi a Roma da Francesco Maietta, responsabile dell’Area Politiche sociali del Censis, e discusso da Massimo Miani, presidente del Cndcec, Aldo Bonomi, Direttore dell’AAster, e Roberto Weber, presidente dell’Istituto Ixè.

Oltre la metà delle microimprese clienti – secondo quanto rileva il 29% dei commercialisti – ha almeno dimezzato il proprio fatturato (il dato scende al 21,2% nel caso dei commercialisti che si occupano di imprese medio-grandi). Sono quindi 370mila le piccole imprese che hanno subito un crollo di più della metà dei ricavi. Inoltre, il 32,5% dei commercialisti registra in più della metà della clientela una perdita di liquidità superiore al 50% nell’ultimo anno (il dato scende al 26,2% tra i commercialisti che seguono imprese di maggiori dimensioni). Complessivamente 415mila piccole imprese oggi dispongono di meno della metà della liquidità di un anno fa.

Sul fronte delle misure pubbliche adottate durante l’emergenza, il sostegno alle imprese (moratoria sui mutui, garanzie statali sui prestiti) viene giudicato positivamente dal 45,2% dei commercialisti e in modo negativo dal 34%. Gli aiuti al lavoro (divieto di licenziamento, ricorso alla Cassa integrazione in deroga) sono promossi dal 43,4%, bocciati dal 34,9%. Il sostegno alle famiglie (bonus babysitter, congedi parentali, Reddito di emergenza) è visto con favore dal 36,6%, mentre il 37,5% ne dà un giudizio negativo. La sospensione dei versamenti fiscali e contributivi per le imprese più penalizzate è valutato bene dal 33,3%, male dal 46,9%. Per i commercialisti, in sostanza, lo sforzo statuale nel supportare gli operatori economici e i lavoratori durante il blocco di mercati e imprese va apprezzato, ma non basta.

Per evitare la moria di piccole imprese, secondo i commercialisti bisogna intervenire subito agendo su quello che non ha funzionato. Il 79,9% dei commercialisti auspica più chiarezza nei testi normativi, il 76,7% chiede tempestività nei chiarimenti sulle prassi amministrative, il 70,7% molti meno adempimenti, il 67,2% una migliore distribuzione delle risorse pubbliche tra i beneficiari, il 61,1% una più efficace combinazione delle misure adottate, il 58,4% un taglio netto dei tempi necessari per l’effettiva erogazione degli aiuti economici, il 49,9% ritiene necessari stanziamenti economici più consistenti. Se gli strumenti di sussidio per i diversi beneficiari vengono promossi, viene però bocciata l’effettiva applicazione delle misure a causa dei detriti burocratici che rallentano tutto. Dai commercialisti viene, dunque, lanciato un appello per “snellire gli adempimenti burocratici e i passaggi formali per rendere gli interventi più efficaci”.

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