Banche centrali, la guerra aumenta la pressione. Diminuiscono posizioni hawkish

(Teleborsa) – Le banche centrali di tutto il mondo, e in particolare la Federal Reserve statunitense e la Banca centrale europea (BCE), si trovano sotto nuove pressioni con lo scoppio della guerra in Ucraina. Se già prima dell’escalation geopolitica non c’era certezza assoluta sulle mosse di politica monetaria di Francoforte e Washington, lo scontro armato e le conseguenti sanzioni aggiungono ora nuovi timori sulle prospettive di crescita e inflazione a livello globale. “Le banche centrali si troveranno di fronte a un dilemma e saranno costrette a scegliere tra due opzioni, che potrebbero avere ciascuna effetti economici negativi – spiega Francois Rimeu, Senior Strategist presso La Française AM – La prima opzione sarebbe quella di rispettare i loro mandati, mantenendo così la loro credibilità e continuando l’irrigidimento della politica monetaria per combattere l’aumento dell’inflazione. Con la domanda dei consumatori potenzialmente sotto pressione, questa potrebbe rivelarsi un’opzione difficile con possibili effetti negativi sulla crescita. La seconda opzione sarebbe quella di ritardare gli aumenti dei tassi fino a quando la situazione non si stabilizzerà, il che, però, implica il rischio che l’inflazione diventi strutturale“.

Il gestore patrimoniale francese non si aspetta che il rischio geopolitico impedisca al Federal Open Market Committee di aumentare costantemente i tassi di 25 pb in ciascuna delle sue prossime riunioni, ma l’incertezza geopolitica abbassa le probabilità di un rialzo di 50 pb a marzo. La crisi potrebbe avere un effetto negativo più forte sulla crescita europea che su quella statunitense e quindi la Banca centrale europea (BCE) potrebbe trovarsi in una posizione diversa e peggiore.

Una lettura simile arriva dal team strategie di credito globale di Algebris: “Il panorama principale per gli Stati Uniti, caratterizzati da un’inflazione superiore al target e un mercato del lavoro rigido, rimane forte e invariato, anche grazie ai dati rassicuranti di venerdì riguardo a PCE (Personal Consumption Expenditure), beni durevoli e spesa. Riteniamo che un ciclo di inasprimento a partire da marzo sia ancora giustificato – anche se forse ad un ritmo più graduale a causa dell’incertezza geopolitica”. “In Europa, invece, la guerra avrà un impatto molto più diretto sull’economia, mettendo in discussione il percorso della politica di restrizione monetaria della BCE – continuano gli economisti – Venerdì, Lane ha stimato che la guerra produrrà una contrazione della crescita dell’Eurozona dello 0,3%-0,4% nel 2022. A tal proposito, una delle voci più hawkish all’interno della BCE, che all’inizio della scorsa settimana puntava a due rialzi nel 2022, ha invertito rotta dopo l’invasione russa, chiedendo invece un’uscita ritardata dal QE (Quantitative Easing)”.

In concomitanza con la prossima riunione della BCE verranno anche diffuse previsioni aggiornate su crescita e inflazione dell’Eurozona. Goldman Sachs si aspetta che le proiezioni di crescita del PIL mostrino un +3,8% per il 2022 (-0,4 punti percentuali), con variazioni limitate per gli anni a seguire. In questo scenario, è probabile che le proiezioni di inflazione core aumentino notevolmente, e la banca d’affari statunitense prevede un +2,4%, +1,8% e +2% rispettivamente nel 2022, 2023 e 2024. Le proiezioni sull’inflazione primaria dovrebbero aumentare nettamente al 5% nel 2022 e al 2,2% nel 2023 (con una proiezione invariata all’1,8% nel 2024).

“La nostra analisi suggerisce una probabilità crescente di un superamento delle aspettative di inflazione a lungo termine, aumentando i costi di agire troppo tardi – si legge in una nota firmata dagli analisti Soren Radde e Sven Jari Stehn – Ci aspettiamo quindi che la BCE sottolinei la dipendenza dai dati rispetto agli impegni di calendario nei prossimi mesi. Detto questo, i nostri strateghi dei tassi si aspettano spread sovrani più ampi nel breve termine a causa del conflitto in Ucraina. Riteniamo che la BCE continuerà quindi a enfatizzare la flessibilità del reinvestimento”. Goldman Sachs si non crede più che il Consiglio direttivo fornirà un fermo impegno di calendario per la fine del QE nella riunione di marzo e prevede che dichiari che ora “si aspetta” (piuttosto che “farà”) continuare APP fino a settembre, osservando che questa guidance dipende dai dati.