Il prezzo del petrolio sta tornando a salire: ecco le cause principali

L'aumento dei costi ha delle precise motivazioni politiche. Il braccio di ferro tra USA e Iran potrebbe avere pesanti conseguenze

È ufficialmente ripresa la corsa del petrolio, toccando quote massime da quattro anni a questa parte. Gli incontri di Algeri non hanno dato i frutti sperati, con le richieste pressanti di Donald Trump che non hanno piegato affatto Arabia Saudita e Russia. Così, alla riapertura dei mercati, ecco il Brent impennarsi quasi del 3%, sfiorando gli 81 dollari a barile.

C’è stata inoltre una riunione tra alcuni Paesi Opec, insieme con la Russia e altri alleati esterni, al fine di valutare le condizioni attuali del mercato. Il risultato è stato l’ammissione che per ora non ci siano i presupposti per accelerare le estrazioni di greggio.

In merito si è espresso anche Khalid Al Falih, ministro saudita: “Il mercato è ben rifornito e abbiamo un piano che consiste nel soddisfare la domanda attuale. Non aumentiamo però l’offerta, dal momento che i nostri clienti stanno già ricevendo tutti i barili richiesti. Abbiamo visto però che la domanda sarà più alta a ottobre. Se dovesse toccare i 10.9 mbg, potete star sicuri che la soddisferemo. Al momento però è di 10.5 – 10.6 mbg”.

Allo stato attuale però gli investitori sono particolarmente allarmati dalle forniture iraniane. Le carenze infatti potrebbero portare il prezzo per barile a salire, toccando quota 100 dollari. A lanciare l’allarme sono stati i CEO di due tra le maggiori società di trading al mondo: Mercuria e Trafigura.

Le elezioni americane del mid-term si avvicinano, il che potrebbe mutare decisamente gli equilibri dei mercati. In vista delle sanzioni contro l’Iran, Trump aveva intimato al’Opec di operare in breve tempo per frenare i rincari previsti, pubblicando un tweet il cui tono era quello di un ordine diretto, decisamente poco gradito: “Il monopolio dell’Opec deve abbassare i prezzi, ora!”.

Dal petrolio alla sicurezza del Medio Oriente, in un braccio di ferro che non vede vincitori. Una situazione delicata, con l’Iran che aveva preferito disertare la riunione di Algeri, in polemica con l’eccessiva apertura dei sauditi e di altri produttori del Golfo Persico. In merito a questo equilibrio traballante si è però espresso Bijan Zanganeh, ministro del Petrolio: “Gli Stati Uniti provano, anche solo per un mese, a ridurre a zero l’export petrolifero dall’Iran. È un sogno però che non diventerà realtà”.

Una continua discesa, con le forniture dall’Iran che crollano e l’industria petrolifera venezuelana al collasso. L’America intanto si prepara ad agire ulteriormente contro Caracas, con nuove sanzioni, come anticipato da Mike Pompeo, segretario di Stato: “Vedrete una serie di azioni che continueranno ad accrescere il livello di pressione sulla leadership venezuelana”.

Se ciò non bastasse, l’attentato che ha ucciso 25 persone in Iran, durante una parata militare, ha scatenato l’ira di Teheran, che ha indicato come responsabili gli Stati Uniti e Israele. Ufficiali della Guardia rivoluzionaria avrebbero inoltre minacciato una “devastante vendetta”.

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