Alla fine sarà Hung Parliament? L’Italia “appesa” tra elezioni e riforme (con Bruxelles che pressa)

I possibili scenari, economici e non solo, che si apriranno dopo il 4 marzo

(Teleborsa) Il prossimo 4 marzo l’Italia tornerà alle urne. Per la maggior parte di analisti ed esperti, si va verso un “Hung parliament” che letteralmente vuol dire parlamento “appeso”, senza cioè una maggioranza chiara e forte. Uno scenario di instabilità che, a rigor di logica, dovrebbe spaventare. Invece c’è persino chi ipotizza che addirittura salvare l’Italia: un recente report della Banca americana Citigroup ha evidenziato che per fare le riforme sarebbe meglio un Parlamento bloccato: di fatto, un governo debole non avrebbe la forza di approvare riforme che potrebbero essere avvertite impopolari, passando invece la palla a un governo tecnico, come già successe nel 2011, all’epoca di Monti.

Elezioni, riforme (con Bruxelles che pressa) ed economia. Quali scenari si apriranno per l’Italia dopo le elezioni?

Abbiamo cercato di fare chiarezza chiedendo il parere di alcuni esperti. Iniziamo con il professore Marcello Messori, economista di lungo corso e direttore della School of European Political Economy alla Luiss Guido Carli di Roma.

Professore, secondo lei alla fine sarà “Hung Parliament” ?

La riforma elettorale, che è stata approvata come soluzione di compromesso fra molti veti incrociati ma che pure è servita ad evitare una difformità insostenibile fra le modalità di voto per i due rami del Parlamento, non consente facili previsioni. Per definire la futura ripartizione dei seggi alla Camera e al Senato, non è infatti sufficiente formulare aspettative circa le percentuali di voto che saranno conseguite dai singoli partiti. Molto dipenderà dagli esiti nei collegi uninominali; e questi esiti saranno, almeno in parte, condizionati dagli apparentamenti fra partiti che, in molti casi, sono ancora indeterminati. Inoltre, anche se si volesse sposare la tesi di un Parlamento senza maggioranza predeterminata, rimarrebbero in piedi varie alternative. Per fare solo un esempio: un governo, che risultasse dominato dalle forze di centro-destra e che coinvolgesse una parte del centro-sinistra come alleato necessario ma subordinato, genererebbe un quadro politico molto diverso rispetto a un governo promosso dal partito che, pur avendo ottenuto la maggioranza relativa, fosse costretto a costruire alleanze e conseguenti programmi di governo ex post. Per giunta, un Parlamento senza maggioranza predeterminata non implica, come esito inevitabile, il caos politico-economico. L’articolazione istituzionale italiana, che conferisce decisive responsabilità al Presidente della Repubblica, è sufficientemente robusta da consentire scelte di stabilità. E’ però scontato che, con un Parlamento bloccato, le probabilità di cadere in una situazione politico-istituzionale di instabilità aumenterebbero…

Secondo lei, a quel punto, quali scenari economici potrebbero aprirsi?
La possibilità di governare anche con un Parlamento bloccato rientra nel novero delle possibilità sopra evocate. Per di più, in una situazione del genere, le spinte centrifughe per la dilatazione della spesa pubblica corrente potrebbero attenuarsi: il che, accompagnandosi a una ripresa nazionale che è al traino di una brillante congiuntura macroeconomica europea, produrrebbe un impatto positivo sulla dinamica del rapporto debito pubblico/PIL. Si tratterebbe di un esito molto rilevante, poiché l’abnorme peso del debito pubblico italiano rappresenta una delle due/tre cause cruciali della fragilità economica del nostro paese. Eppure, credo che un Parlamento bloccato determini una condizione incompatibile con l’attuazione delle riforme che sono necessarie per rafforzare l’economia italiana nel contesto europeo. L’economia italiana deve rilanciare una dinamica media della produttività che, negli ultimi venti anni e più, è risultata stagnante; e deve aprirsi al cambiamento superando le pervasive posizioni di rendita. Ciò richiede un riavvio di efficienti investimenti pubblici, la riforma delle istituzioni le cui inefficienze pesano negativamente sulle scelte di impresa (giustizia amministrativa, istruzione e formazione, policy making, e così via), il sostegno agli investimenti privati innovativi, la riforma dello stato sociale per arginare gli impatti negativi del cambiamento. Un compito così gigantesco, da attuare mediante una gestione rigorosa del bilancio pubblico, deve poggiare su un ampio sostegno sociale che, nelle nostre democrazie avanzate, non può che essere assicurato da un Parlamento che funziona in modo efficace e che produce più disegni di progresso sociale in concorrenza fra loro. Mi rendo conto che queste affermazioni suonano sgradevolmente utopistiche, se rapportate ai primi contenuti della campagna elettorale. Pare che nessuno dei partiti, candidati a governare l’Italia, abbia un progetto di politica economica e sociale di medio periodo. Di fronte a un quadro così sconfortante, la soluzione non risiede però nel saltare la mediazione dei partiti e del Parlamento. Bisogna innanzitutto cambiare il funzionamento dell’apparato politico.

Ovviamente anche da Bruxelles guardano con molta attenzione all’esito del voto perchè, lo sappiamo bene, l’Italia è tra i “sorvegliati speciali”. In questa ottica, secondo lei, un governo debole e di forte impronta partitica non riuscirebbe ad approvare riforme che potrebbero essere avvertite come impopolari, cosa che invece potrebbe essere fatta da un governo tecnico? Insomma, se nessuno vince sono tutti, economicamente, più contenti?
Come è implicito in quanto ho appena detto, un governo non troppo dipendente dai partiti e da un Parlamento bloccato, ossia un governo definibile come tecnico, potrebbe evitare di fare danni ma avrebbe difficoltà a disegnare un piano strategico di riforme. La risposta alle sue domande dipende, quindi, dal grado di ambizione che attribuiamo all’Italia. Se pensiamo che il nostro paese possa – al più – aspirare a rimanere agganciato all’area dell’euro, sistemandosi su uno “strapuntino” e lasciando a Germania e Francia il compito di disegnare il futuro europeo, allora il “non fare danni” diventa un obiettivo ragionevole. Se invece pensiamo che l’Italia debba rientrare in partita e svolgere il ruolo che compete a uno degli stati membri fondatori del disegno europeo, allora diventa necessario aprire il nostro paese a cambiamenti più radicali; e, per percorrere questa strada (che non necessariamente ha, come punto di arrivo, il successo), il governo deve essere l’espressione di una maggioranza politica che ha obiettivi strategici. Il progetto del Presidente francese Macron, a prescindere dal grado di successo che otterrà, rappresenta un esempio di come si possa scegliere questa seconda alternativa; ma tale progetto poggia, appunto, su una forte maggioranza politico-istituzionale. Sono convinto che l’Italia possa seguire questo modello. Bisogna però essere pronti ad assumersi il rischio di pensare a trasformazioni radicali delle nostre istituzioni e della nostra organizzazione economico-sociale.

Dello stesso parere anche Giovanni Orsina, professore di Storia Contemporanea ed editorialista de La Stampa.

“Diciamo che quello dell’ Hung parliament è uno scenario possibile, non è necessariamente detto che si verifichi ma è altamente probabile. A mio avviso, però, l’idea che questa situazione crei un ambiente più favorevole alle riforme economiche, non le nascondo, che mi lascia piuttosto perplesso.

Faccio ovviamente una premessa: le riforme, quelle necessarie e che, per capirci, vanno a incidere direttamente sulla carne del paese, la politica non ha la forza di farle, sia con la maggioranza che senza. A meno che non si verifichi una situazione simile a quella del 2011, ovvero una crisi esogena che costringa ad andare in una particolare direzione oppure è davvero difficile pensare che ci sia il terreno per fare questo tipo di riforme.

Poi è ovvio che se in assenza di maggioranza si dovesse sviluppare una sorta di governo del presidente non si può escludere a priori che si provi a fare riforme cosiddette impopolari che vadano a toccare interessi specifici, ma anche qui la considerazione che mi viene da fare è che in Parlamento non è facile che i partiti le votino. A meno che non si voglia far passare il concetto che la politica è talmente malmessa che è meglio che non ci sia ma, ripeto, anche se in Parlamento non c’è una maggioranza, ci sono i partiti e non è detto, anzi, che si prendano la responsabilità di dar via libera a provvedimenti impopolari”.

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