Alitalia malato terminale? Al vertice arriva Gubitosi ma la “cura” giusta potrebbe essere un’altra

(Teleborsa) – Perché accanirsi? Perché non lasciar andare al suo destino, seppur triste, un malato terminale? Accanimento terapeutico? Questione di orgoglio nazionale? Necessità di salvare la prima delle grandi privatizzazioni voluta da Romano Prodi?

Sono tanti i perché di una storia come tante altre, quella di Alitalia, i cui riflessi però continuano a farsi sentire dopo un ventennio di fallimenti. Fondata nel dopoguerra, la compagnia nazionale di volo a controllo statale sentì la sua prima crisi negli anni ’90, quando l’allora Premier Romano Prodi ebbe l’illuminazione di privatizzare il vettore nazionale, collocando una quota del 37% e facendola poi sbarcare in Borsa. Niente da fare, le difficoltà si sono riproposte nel 2008, anni bui per l’economia globale, poiché la crisi finanziaria scoppiata in USA aveva costretto le banche a chiudere i cordoni. A quel punto Alitalia virò fuori dalla Borsa con il primo salvataggio ad opera di CAI di Colanino con i suoi “Capitani coraggiosi”, come commentò l’allora Premier Silvio Berlusconi. Altra “cura” senza successo, perché nel 2013 l’Alitalia era già tornata in rosso. Infine, l’arrivo dei petroldollari della compagnia emiratina Etihad in aiuto all’intervento di alcune banche e delle Poste..  

Ed ora la nuova grande crisi: le trattative serrate con i sindacati, le lotte fra gli azionisti (industriali e finanziari), il cambio del management con l’ormai scontato addio di Cramer Ball subito dietroal suo “mentore” James Hogan anche CEO di Ethiad e l’arrivo che le voci danno per certo dell’ex direttore della RAI Luigi Gubitosi, l’attesa di un piano che non può arrivare senza aver prima quantificato i “tagli”. Ma perché proprio Gubitosi? Di quali meriti e competenze di aviazione civile dispone l’ex Dg della Rai, neppure avesse studiato con profitto alla prestigiosa scuola dell’estroverso CEO di Ryanair Michael O’Leary, mietitore di successi commerciali? Sembrerebbe il solito walzer di poltrone all’italiana.

E forse la soluzione starebbe proprio nei tagli, o meglio in un “salutare fallimento”, sul modello delle grandi compagnie internazionali. Non è necessario andar molto lontano per trovare esempi di compagnie aeree fallite e poi risanate, basta guardare appena Oltreconfine alle storie di Sabena e Swissair, entrambe fallite nel 2001, quando il settore aereo iniziò a sperimentare le prime “turbolenze” della concorrenza e della globalizzazione. 

Cosa è successo a Sabena e Swissair? 

La storia di Swissair è stata certamente un’onta per la Confederazione elvetica, almeno sotto il profilo della dignità e reputazione, specie il famoso “grounding” ovvero la situazione “tecnico-finanziaria” per cui gli aerei restano a terra perché non c’è più denaro per pagare personale, flotte e carburanti: Lo sto avvenne il 2 ottobre 2001. Sino ad allora la compagna rosso-crociata era stata un “pozzo senza fondo”, che aveva ingurgitato senza successo soldi pubblici e privati, perlopiù finanziati dalla banca d’affari UBS. Oggi, a sedici anni da quell’evento la compagnia  è pienamente risanata, ha cambiato nome in Swiss, ed è di nuovo profittevole, dopo un corposo taglio di voli ed organici (circa un terzo) ed una fortunatissima alleanza con Lufthansa. 

Le vicende di Sabena hanno molti punti in comune: la storia di una compagnia che è fallita nel 2001, dopo aver esaurito i fondi immessi senza successo dallo stato e dagli azionisti, fra cui anche Swissair. La sua terapia? Un taglio dei voli e del 50% del personale su circa 13 mila dipendenti, l’uscita dello stato e la ricostituzione ad opera di una cordata di investitori privati (rigorosamente senza lo stato belga).  

Perché attendere ancora? Alitalia è pronta per un atterraggio di emergenza? 

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