Zalone e la lezione della prima Repubblica: “tanto pagano i figli”

Finché rimpiangiamo gli sciali i giovani saranno disoccupati. Quando il "posto pubblico" era il vero ammortizzatore sociale d'Italia

Il successo di Quo Vado, il nuovo film di Checco Zalone – quasi 40 milioni di euro di incasso in 10 giorni – induce a riflettere, poiché il mantra del film è il posto fisso, a cui il protagonista non vuole assolutamente rinunciare.
Checco Zalone è dipendente di una provincia – ufficio Caccia e pesca – che il governo intende abolire. A Checco il ministero – tramite un funzionario impersonato dalla brava Sonia Bergamasco (ce la ricordiamo nella splendida interpretazione ne La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana) – offre incentivi economici per le dimissioni, ma i tentativi sono infruttuosi.

Zalone, consigliato dal senatore di lungo corso Nicola Binetto (Lino Banfi), non molla, non vuole perdere i benefici del pubblico impiego: illicenziabilità, permessi retribuiti, tredicesime, premi di varia natura (quaglie, salami, prosciutti…).
Emerge come gli uffici pubblici non sono tenuti a dare un servizio ai cittadini ma hanno il preciso obiettivo di dare un posto fisso al maggior numero di persone possibile, così il politico di turno prenderà migliaia di preferenze alle prossime elezioni. Lo sapete qual è la regione italiana con il maggior numero di preferenze su voti validi? La Calabria. Fate voi.

Il ministero, esasperato dalla resistenza di Zalone, spedisce il protagonista al Polo Nord, sicuro di fiaccarlo. Ma Zalone trova di modo di adattarsi anche in Norvegia, al freddo, complice la bella e un po’ tonta, (per innamorarsi di uno come Zalone che ha la madre sulla cover del cellulare) ricercatrice Valeria.

Come ha scritto Riccardo Puglisi, sembra che la sceneggiatura di Quo Vado l’abbia scritta l’ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli, che si dimise nel settembre 2014 per il poco sostegno avuto dal governo Renzi. Così come assistemmo delusi alle dimissioni del prof. Roberto Perotti nello scorso novembre, che intendeva tagliare alcuni privilegi della Pubblica Amministrazione (e ci auguriamo di non dover assistere a quelle di Tito Boeri, presidente INPS, le cui proposte di riforma sintetizzate nel motto “Non per cassa, ma per equità”, sono state respinte dal ministro del Lavoro Poletti).
La canzone scritta da Checco Zalone – che dà smalto al film nel secondo tempo, meno bello del primo – è tutta da leggere:

La prima Repubblica
non si scorda mai
la prima Repubblica
tu cosa ne sai
Dei quarantenni pensionati
che danzavano sui prati
dopo dieci anni volati all’aeronautica
e gli uscieri paraplegici saltavano
e i bidelli sordo-muti cantavano
e per un raffreddore gli davano
quattro mesi alle terme di Abano
con un’unghia incarnita
eri un invalido tutta la vita

Ridete o piangere? Il pubblico che ha decretato il successo di Quo Vado possiamo dividerlo in due categorie:

  1. Coloro che lavorano nel settore privato e sanno da tempo che la burocrazia italiana nella sua inefficienza ce la mette tutta per ostacolare l’attività d’impresa ed è caratterizzata da un’inefficienza (scarsa produttività, direbbe un economista) clamorosa.
  2. Coloro che fanno parte del pubblico impiego e ritengono che la gogna di Zalone sia di per sé sufficiente per ottenere il perdono.

Per evitare fraintendimenti diciamo chiaramente che ci sono fior fior di funzionari pubblici di alta qualità. Per me, biografo di Paolo Baffi, eccezionale civil servant , queste cose sono ben note.

Sulla pubblica amministrazione – mamma di tutti gli italiani – ha ben scritto su Repubblica Gigi Proietti: “Sa perché noi italiani abbiamo spesso tollerato la burocrazia e i suoi misfatti? Perché la burocrazia era la mamma, il ventre molle e accogliente nel quale sparire e riemergere il 27 di ogni mese”.

Nei numerosi articoli del 2015 su queste pagine abbiamo definito deprecabile il tragico sistema pensionistico retributivo, che scarica sulle generazioni successive l’onere di aggiustamento.
Cosa canta Zalone, facendoci morire dal ridere?
Fino a che in Italia crederemo agli angeli che volano, alle pensioni immeritate dove i contributi rappresentano una minima parte della pensione, i giovani saranno precari o disoccupati. E saranno sempre più numerosi coloroche si lamenteranno della mancanza di lavoro di figli o nipoti. Ma è la loro generazione a dover fare il mea culpa per la tragica deriva occupazionale italiana. Zalone ha colpito nel segno. L’italiano è nostalgico di un mondo che non esiste più:

Dei cosmetici mutuabili
le verande condonabili
i castelli medioevali ad equo canone
di un concorso per allievo maresciallo
sei mila posti a Mazara del Vallo
ed i debiti (pubici) s’ammucchiavano
come i conigli
tanto poi
eran cazzi dei nostri figli.

A cura di Beniamino Piccone
Docente di Sistema Finanziario e Private banker

© Italiaonline S.p.A. 2021Direzione e coordinamento di Libero Acquisition S.á r.l.P. IVA 03970540963

Zalone e la lezione della prima Repubblica: “tanto pagano i figl...