Vaccino Covid, spinta dei giovani e crollo dei casi: quanto è vicina la fine? Il report ISS

I giovani danno una spinta non indifferente alla campagna vaccinale in Italia: boom di prenotazioni e crollo dei casi, quanto è vicina la fine?

Boom di prenotazioni per il vaccino Covid tra i giovani: aperta la campagna vaccinale alla fascia 16-30 e over 30, in Italia le adesioni sono state tantissime negli ultimi giorni. Lo slancio che le autorità sanitarie si aspettavano di vedere, probabilmente fin dall’inizio, è finalmente arrivato, anche se ancora sussistono criticità nel raggiungimento degli over 50/60.

L’ultimo report dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) parla però chiaro: il vaccino Covid ha di fatto generato un crollo di nuovi casi e decessi. Ma con l’ultimo sprint dato dai giovanissimi, quanto è vicina la fine della epidemia in Italia? Vediamo cosa dicono i numeri.

Covid, crollo dei casi dopo il vaccino: il report ISS

Secondo quanto emerso dal primo studio nazionale sull’impatto della vaccinazione anti Covid-19, pubblicato dall’Istituto Superiore di Sanità, grazie al vaccino Covid è crollato il rischio di infezione di SARS-CoV-2, di ricovero e di decesso tra le persone che hanno ricevuto la prima o entrambe le dosi.

I risultati principali ottenuti a livello nazionale dall’analisi congiunta dell’anagrafe nazionale vaccini e della sorveglianza integrata Covid-19 sono tutti contenuti in un report (report N° 29/2021), a cura del Gruppo di lavoro ISS e della sezione “Sorveglianza vaccini COVID-19” del Ministero della Salute in collaborazione con i referenti regionali della sorveglianza integrata Covid e con i Referenti regionali della anagrafe nazionale vaccini.

Il report ha analizzato i dati relativi al periodo che va dal 27 dicembre 2020 (giorno di avvio della campagna vaccinale in Italia) al 3 maggio 2021, ed ha coinvolto 13,7 milioni di persone vaccinate. Nello specifico, il 95% delle persone vaccinate con vaccino Pfizer o Moderna che ha completato il ciclo vaccinale, ricevendo due dosi nei tempi indicati dal calendario vaccinale, mentre per il vaccino AstraZeneca nessuna delle persone incluse nello studio aveva ricevuto il ciclo completo.

Ebbene, dall’analisi è emerso che “il rischio di infezione da SARS-CoV-2, ricovero e decesso diminuisce progressivamente dopo le prime due settimane”. Mentre, “a partire dai 35 giorni dall’inizio del ciclo vaccinale si osserva una riduzione dell’80% delle infezioni, del 90% dei ricoveri e del 95% dei decessi”. Effetti questi simili sia negli uomini che nelle donne e in persone di diverse fasce di età.

“Questi dati – ha commentato il Presidente dell’Iss Silvio Brusaferro – confermano l’efficacia delle vaccinazioni e della campagna vaccinale, e la necessità di raggiungere presto alte coperture in tutta la popolazione per uscire dall’emergenza grazie a questo strumento fondamentale”.

Covid, crollo dei casi: quanto è vicina la fine?

Volendo avanzare delle ipotesi, dallo studio ISS è possibile oggi affermare che siamo vicini alla fine dell’epidemia da Covid in Italia? Di fatto, il periodo osservato ci ha fornito dati interessanti e incoraggianti nonostante i problemi legati all’avvio della campagna vaccinale, i ritardi e lo scetticismo nei confronti del vaccino di una grossa fetta di popolazione. Adesso che l’adesione è maggiore e il numero di persone pronte a ricevere il vaccino è aumentato vertiginosamente – grazie e soprattutto all’entusiasmo dei più giovani – forse siamo davvero all’epilogo finale?

Gli esperti non hanno mai fornito date certe, le varianti di cui tenere conto e gli scenari possibili e futuri non ci danno risposte sicure in questo senso. Secondo alcuni, numeri alla mano, l’immunità di gregge in Italia potrebbe raggiungersi entro l’estate o, al massimo, entro settembre.

Il sottosegretario alla Salute, Andrea Costa, ha affermato che ad agosto – con l’aumento delle dosi e delle adesioni – potremmo addirittura dire addio alle mascherine all’aperto, per poi raggiungere l’immunità a settembre.

Matteo Bassetti, direttore della Clinica di Malattie infettive dell’ospedale San Martino di Genova e componente dell’Unità di crisi Covid-19 della Liguria ha invece ribadito che, secondo lui, l’immunità di gregge potrebbe raggiungersi solo con la vaccinazione del 65-70% della popolazione.

Più scettico invece il noto virologo Fabrizio Pregliasco, secondo cui non si potrà parlare di fine pandemia se non tra un paio di anni. Possibili mutazioni del virus e l’impossibilità di arrivare a tutti con il vaccino (in Italia e nel mondo) ha portato l’esperto a dedurre che ci sarà una “convivenza endemica” inevitabile con un piccolo numero di casi, che ci porterà a convivere col Covid almeno fino al 2023.

Vaccino Covid, le disuguaglianze tra Paesi ricchi e poveri allungano i tempi dell’emergenza sanitaria in Italia e nel mondo

Immunizzare la quasi totalità di popolazione italiana potrebbe sì essere una svolta per il nostro Paese, ma allo stesso tempo potrebbe non garantire il rientro dell’emergenza. Se c’è una cosa che la pandemia da Covid ci ha insegnato, infatti, è che anche un’epidemia che avanza dall’altra parte del mondo può avere delle conseguenze e delle ripercussioni su di noi.

Di come le diseguaglianze tra Paesi ricchi e poveri allungano i tempi di ripresa – a livello globale – lo hanno anche sottolineato gli scienziati al Global Health Summit.

Nessun Paese sarà al sicuro fino a quando tutti i Paesi non lo saranno”. È stato questo il messaggio principale emerso dal panel contenuto nel rapporto finale pubblicato sul sito della Commissione Europea e formato da 26 scienziati istituito dalla presidente della Commissione Ue Ursula Von der Leyen e dal premier italiano Mario Draghi in qualità di presidente del G20.

Gli esperti del Global Health Summit Scientific Expert Panel hanno elaborato un vero e proprio decalogo di azioni necessarie non solo a mettere fine alla pandemia, ma anche ad assicurare una migliore preparazione in vista delle future minacce pandemiche:

“Abbiamo tracciato una mappa per il futuro identificando le aree prioritarie per una azione immediata: accesso globale equo alle forniture mediche e agli strumenti necessari ad affrontare il Covid-19 e le altre minacce alla salute, ricerca e innovazione, coinvolgimento dei gruppi di ricerca nei paesi a medio e a basso reddito, sorveglianza integrata delle malattie e condivisione dei dati, ascolto delle indicazioni scientifiche, rafforzamento del personale e dei sistemi sanitari, capacità produttive regionali, fiducia pubblica, governance ben coordinata e salute sostenibile”, hanno scritto.

Il rapporto, ovviamente, si è anche concentrato sul futuro dell’epidemia attuale, sottolineando la necessità di un accesso globale alle risorse per poterla controllare. “La probabile traiettoria per il Sars-Cov-2 è di diventare endemica con dei focolai stagionali a causa della diminuzione dell’immunità naturale, della copertura globale insufficiente dei vaccini e/o dell’emergere di nuove varianti che non sono controllate dai vaccini attuali – hanno spiegato -. Nuove ondate epidemiche sono possibili soprattutto nei paesi con una bassa copertura vaccinale. Un’equità globale nell’accesso, così come una accettazione diffusa e una somministrazione efficiente, è sia un imperativo morale che un’esigenza critica per il controllo della pandemia”.

Al momento, quindi, il vaccino rimane l’unico mezzo di contrasto al Covid, ma solo se diventa una risorsa universale e non esclusiva.

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