Niente pace, ma grano e gas: cosa prevede l’asse Putin-Erdogan

I presidenti russo e turco si incontrano ad Astana per parlare di scambi commerciali e forniture energetiche, ma non di Ucraina. L'accordo prevede un grande hub in Turchia che porti il gas in Europa

Foto di Maurizio Perriello

Maurizio Perriello

Giornalista

Maurizio Perriello è un giornalista. Nato a Melfi nel 1988, si laurea a Pisa in Storia e consegue un Master a Milano. Esperto di tematiche green, in particolare di climate change.

Se da un lato Vladimir Putin sembra aprire spiragli di “stemperamento” del conflitto in Ucraina, affermando che “non c’è più bisogno di attacchi massicci” e che è pronto ai negoziati con Kiev, dall’altro cerca di orientare la rotta russa verso Oriente, verso quell'”altro mondo” che non ha appoggiato o ha evitato di condannare le sanzioni nei confronti di Mosca durante l’Assemblea Generale dell’Onu. Come un elefante tra le fronde, questo grosso movimento del Cremlino ha mostrato per un attimo il sottobosco delle reali intenzioni dei partner della Russia, in primis di India, Cina e Turchia.

Per questo l’incontro fra Putin ed Erdogan andato in scena ad Astana, capitale di un Kazakistan sempre più legato alla Russia, ha scoperto parzialmente le carte su ciò che realmente vogliono i due Paesi. Mosca, ormai è noto, desidera uscire “vincente” dal campo ucraino, mentre Ankara vuol accrescere il suo potere geopolitico di “ponte” fra Occidente e Oriente, membro della Nato e partner (non solo) commerciale del Paese invasore. Ecco perché i colloqui fra i due presidenti si sono concentrati molto poco sulla pace e molto più sull’export di grano e gas (tetto al prezzo del gas: Putin minaccia, l’Ue ci ripensa?).

Di cosa hanno parlato Putin ed Erdogan

Nel loro incontro bilaterale, durato un’ora e mezza a margine del Cica tra le potenze regionali asiatiche, Putin ed Erdogan hanno parlato di scambi commerciali, questioni politiche e forniture di gas. Di Ucraina praticamente nulla: una possibile via per la pace non ha trovato spazio. “La discussione sul rilancio delle relazioni commerciali ed economiche ha esaurito tutto il tempo”, ha riferito Jurij Ushakov, consigliere del Cremlino per la politica estera. Del colloquio si conosce, ovviamente, solo la parte resa pubblica dalle due cancellerie.

L’accento posto da Putin sul tema energia è servito da assist a Erdogan per proporre di spostare nel Mar Nero il centro degli scambi energetici tra Russia ed Europa, creando un grande hub del gas in Turchia. La Terra dei sultani si propone dunque come intermediario non più di distensione, ma nell’esportazione di beni russi, tra i quali spiccano anche i cereali. “Mi auguro che grano e fertilizzanti russi saranno esportati attraverso Istanbul”, ha dichiarato Erdogan.

Ankara si conferma determinata a mantenere e rafforzare l’accordo di Istanbul, che dopo tanto tribolare ha sbloccato l’export di grano dall’Ucraina, e a trasportare i carichi russi ai Paesi in via di sviluppo attraverso la Turchia. Le frecciatine all’Occidente, del quale la Turchia sembra far parte a giorni alterni, non sono mancate: “I passi che Turchia e Russia prenderanno in questa direzione disturberanno alcuni circoli ma nello stesso tempo renderanno felici i Paesi meno sviluppati”.

Turchia stazione di gas per l’Europa

Alla Turchia arriva “la piena la fornitura di gas” perché si è rivelata “il partner più affidabile” per la Russia. Questa parte del video Putin l’ha voluta sparare in tutto il mondo, esattamente come ha fatto coi missili che, proprio nelle stesse ore del meeting di Astana, hanno continuato a colpire senza tregua le città ucraine. “Se la Turchia e i nostri possibili acquirenti in altri Paesi sono interessati, potremmo considerare la possibile costruzione di un altro sistema di gasdotti e la creazione di un hub del gas in Turchia per la vendita a Paesi terzi, in primo luogo a quelli europei“. Un hub che diventerebbe il più grande dispensatore di metano per l’Ue.

La cooperazione energetica tra Ankara e Mosca è solida e sperimentata. Oltre al Turkstream, il gasdotto che passa sotto il Mar Nero e che dal 2020 è in grado di trasportare oltre 30 miliardi di metri cubi di metano, per metà già smistati verso l’Ue fino all’invasione, c’è anche la prima centrale nucleare turca che il gigante Rosatom sta costruendo ad Akkuyu. L’inaugurazione dell’impianto è prevista per il prossimo anno, in concomitanza con il centenario della Repubblica Turca e con le elezioni presidenziali.

Parla fisicamente con Erdogan, il capo del Cremlino, ma per farsi ascoltare virtualmente dall’Occidente. La volontà di reindirizzare le forniture di gas verso il Mar Nero nasce come reazione al (misterioso) danneggiamento del Nord Stream (di cui abbiamo parlato qui). L’Ue è così a un bivio: “accettare” il transito attraverso un importante hub europeo del gas in Turchia o utilizzare l’unica parte intatta del Nord Stream 2. Tradotto: o l’Europa abbandona le sanzioni e torna ad acquistare gas dalla Russia o i flussi che finora convergevano tutti verso la Germania, e da lì al resto d’Europa, verranno dirottati verso Oriente. In questo scenario la Turchia potrà diventare, parola di Putin, la “piattaforma per determinare il prezzo del gas”.

Le rotte del grano

Sul tema del grano Putin alterna frequenze accomodanti coi turchi a toni minacciosi nei confronti degli occidentali e mette in guardia la comunità internazionale dopo l’attacco al ponte della Crimea (di cui abbiamo parlato qui). “La Russia – dice – chiuderà il corridoio del grano se sarà confermato che gli esplosivi utilizzati siano stati inviati da Odessa“.

La Turchia è “determinata” a “rafforzare l’accordo sul grano, dobbiamo assicurare che le forniture continuino e che non vengano interrotte“, ha dichiarato dal canto suo Erdogan. Bisogna anche fare sì che “il grano e i fertilizzanti russi siano inviati ai Paesi meno sviluppati tramite Istanbul e noi siamo molto determinati” su questo tema.

La Turchia ha smesso di fare l’acrobata?

Stringendo la mano a Putin a questo punto del conflitto, Erdogan sembra “uscire allo scoperto” sul suo appoggio alla Russia. Un fattore grave per un membro della Nato, un Paese ormai considerato a tutti gli effetti “europeo”. Un Paese che però si destreggia con abilità d’acrobata da anni tra la superpotenza eurasiatica e l’Occidente, anche e soprattutto durante il conflitto in Ucraina. Se da un lato rinsalda la cooperazione energetica ed economica con Mosca, dall’altro Ankara ha contribuito notevolmente a sventare la marcia russa su Kiev, raggiungendo il suo principale obiettivo strategico nella vicina guerra. E lo ha fatto fornendo agli ucraini i droni Bayraktar Tb2 a partire dal 2019.

La disfatta russa in Ucraina ha fornito l’opportunità ghiotta a Erdogan di imporsi nell’area del Mar Nero. Postura che in qualche modo Putin gli ha riconosciuto e avvalorato con l’accordo di Astana. La “spavalderia” di Erdogan è emersa anche in altre occasioni: ad esempio quando ha chiesto a Putin di restituire la Crimea all’Ucraina, quando ha installato a Kiev una fabbrica per la coproduzione turco-ucraina di droni da combattimento o quando ha ritirato le banche turche dal sistema di pagamento russo Mir.

Ma l’equilibrismo di Ankara non sembra affatto concluso. Dall’altro lato, infatti, si impegna a pagare in rubli un quarto delle importazioni di gas russo, valuta gli S-35 di Mosca come alternativa agli F-16 americani e riceve dal Cremlino 20 miliardi di dollari per completare la costruzione della centrale nucleare di Akkuyu (che genererà circa il 10% del fabbisogno elettrico anatolico).