Scandalo Uber files, dopo Macron anche Renzi? Cosa sta succedendo

L’inchiesta che sta facendo tremare il capo dell’Eliseo potrebbe investire anche l’ex premier, ad oggi senatore e segretario di Italia Viva: tutti i dettagli

Nel maggio del 2014 l’allora presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi era diventato premier da appena due mesi. La sua popolarità era al massimo, moltissimi italiani credevano in lui e nella sua ventata di cambiamento: un clima di fiducia certificato dallo straordinario risultato delle elezioni europee, che in quell’anno lo videro trionfare con oltre il 40% dei voti. Erano in molti, anche al di fuori del nostro Paese, a volerlo incontrare per conoscere di persona questo giovane politico a cui nulla sembrava precluso.

Risale proprio a quel periodo la dichiarazione rilasciata dall’attuale leader di Italia Viva che, di ritorno da una trasferta americana dove ebbe modo di rinsaldare la propria amicizia con Barack Obama, affermava senza timore di essere smentito: “Uber è un servizio straordinario, l’ho provato io stesso e ho intenzione di parlarne anche qui in Italia”.

L’inchiesta dall’Icij sulle attività di Uber: coinvolto anche l’ex premier Matteo Renzi

Potesse tornare indietro, il senatore di Rignano sull’Arno ci andrebbe molto più cauto nel manifestare il proprio entusiasmo nei confronti della della società americana che offre servizi di trasporto urbano con autista privato. Grazie ad un’inchiesta internazionale coordinata dal Consorzio internazionale di giornalisti investigativi (Icij) e pubblicata in Italia da L’Espresso, ora si scopre che proprio in quegli anni il servizio offerto da Uber era davvero straordinario, ma non nel senso che intendeva Matteo Renzi.

Lavoratori sfruttati, accordi con banchieri russi (molto vicini a Vladimir Putin) e una perseverante attività di lobbying attuata nei confronti di moltissimi governi e cancellerie di tutto il mondo: nel tentativo di ottenere leggi favorevoli al proprio business, la multinazionale dei taxi fece pressioni anche sull’esecutivo italiano in carica, una manovra che nei documenti mostrati dall’Icij venne ribattezzata appunto come “operation Renzi“.

Interpellato dagli organi stampa, l’ex premier ha giustamente ricordato come il suo governo non abbia mai approvato nessuna legge a favore di Uber, né sia mai stato fissato alcun incontro con i vertici dell’azienda americana. Ma – come ricostruito da Il Fatto Quotidiano – tra il 2014 e il 2016 c’è comunque stato un tentativo di ritardare l’entrata in vigore della norma per limitare i servizi di noleggio con conducente. Un passaggio che non si è verificato ma che avrebbe avvantaggiato Uber nel suo progetto di insediamento nel mercato italiano.

Matteo Renzi e gli Uber files: il ruolo di Jim Messina e gli altri personaggi coinvolti

Ancora tutta da chiarire è invece il ruolo di Jim Messina, il cui nome compare diverse volte nel report diffuso dall’Icij. Ex vice capo dello staff presidenziale di Obama, Messina nel 2013 è stato assunto proprio dalla multinazionale dei taxi con il ruolo di lobbista internazionale. Il punto è che mentre lavorava per Uber, nel 2016 era anche consulente politico dello stesso Renzi. Un doppio ruolo finora inedito e che andrà analizzato in maniera approfondita nel caso in cui da queste carte scaturisse un’inchiesta della magistratura italiana.

Ma sono davvero molti i nomi importanti presenti nello scoop. Oltre al presidente francese Emmanuel Macron (di cui vi abbiamo informato nei giorni scorsi con questo articolo), le personalità del nostro Paese a comparire nei file sono – tra gli altri – il commissario europeo Paolo Gentiloni (anche lui ex inquilino di Palazzo Chigi) e il celebre imprenditore Carlo De Benedetti.