Stazioni di polizia cinesi in Italia: scatta l’allerta

Il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi ha annunciato l'apertura di un'inchiesta sulle sedi denunciate dalla Ong spagnola

Sul territorio italiano sarebbero presenti almeno undici stazioni di polizia cinesi che operano all’insaputa del Governo italiano e il nostro Paese sarebbe quello che ne ospita di più al mondo. La scoperta fatta dall’Ong spagnola Safeguard defenders ha sorpreso l’esecutivo che ha avviato un’inchiesta per accertare il fenomeno. “Stiamo verificando: non escludiamo sanzioni in caso di irregolarità” ha affermato in Aula il ministro degli Interni, Matteo Piantedosi.

Stazioni di polizia cinesi in Italia: la denuncia dell’Ong spagnola

Nel rapporto della Ong spagnola, il Governo cinese descrive questi uffici come dei semplici servizi a disposizione dei connazionali per il disbrigo pratiche amministrative e burocratiche, ma l’ipotesi della Safeguard defenders è che in questi anni i centri sarebbero serviti per rintracciare e avvicinare oppositori politici e costringerli a rientrare in patria forzatamente (qui abbiamo parlato delle tensioni e delle proteste in Cina contro Xi Jinping per le misure anti-Covid).

La direttrice della campagna Safeguard Defenders, Laura Harth, ha affermato che “quello che vediamo dalla Cina è un crescente tentativo di reprimere il dissenso in tutto il mondo, di minacciare le persone, di molestarle, di assicurarsi che siano abbastanza spaventate da rimanere in silenzio o da rischiare di essere rispedite in Cina contro la loro volontà“.

La versione dichiarata da Pechino riporta che “a causa del Covid, un gran numero di cittadini cinesi non è in grado di tornare in Cina in tempo per servizi come il rinnovo della patente di guida. Così le autorità competenti hanno aperto una piattaforma online per il loro rilascio: i centri hanno lo scopo di aiutare i cinesi in queste questioni burocratiche. Le persone che lavorano in queste sedi sono volontari delle comunità locali. Non poliziotti”.

L’indagine della Safeguard Defenders sarebbe partita da una massiccia campagna di Pechino per combattere le frodi online da parte di cittadini cinesi residenti all’estero, attraverso la quale 210mila cinesi sono tornati in patria. In contemporanea sarebbero stati allestiti dei veri e propri commissariati in giro per il globo.

Nella prima relazione presentata a settembre da Safeguard Defenders aveva riferito che in tutto il mondo risultavano 54 centri di questo tipo nel mondo, alle quali si sarebbero aggiunte altre 48, per un totale quindi attualmente di un centinaio di stazioni di polizia cinesi distribuite in tutto il pianeta, in Europa nello specifico, oltre all’Italia, anche in Francia, Olanda, Spagna, Croazia, Serbia e Romania.

Il primo report aveva fatto scattare le indagini in almeno 12 Paesi tra cui il Canada, dove però l’inchiesta è stata chiusa al termine degli accertamenti.

Sempre stando alle rivelazioni della Ong spagnola, in Italia la prima stazione sarebbe stata istituita a Milano nel 2016 dall’agenzia di pubblica sicurezza di Wenzhou.

Tra il 2016 e il 2018 la polizia italiana ha condotto molteplici pattugliamenti congiunti con la polizia cinese a Roma, a Milano e successivamente in altre città, tra cui Napoli, dove, secondo quanto affermato da Safeguard Defenders, sarebbe stato sviluppato un sistema di videosorveglianza in un’area residenziale cinese, apparentemente per scoraggiare i crimini.

In seguito al rafforzamento dell’accordo sui pattugliamenti congiunti tra il nostro Paese e la Repubblica popolare cinese nelle reciproche città, la pubblica sicurezza di Qingtian avrebbe deciso di allestire un ufficio pilota sempre nel capoluogo lombardo, che avrebbe fatto parte di una strategia finalizzata a monitorare la popolazione cinese all’estero.

Proprio a Milano, il ministro Piantedosi ha riportato la presenza di un’associazione che svolge attività di disbrigo pratiche amministrative per i cittadini cinesi, la “Overseas Chinese Center” sulla quale “sono in corso approfondimenti”.

Stazioni di polizia cinesi in Italia: l’inchiesta

Il ministro Piantedosi ha confermato l’avvio delle indagini dei servizi di intelligence dell’Aisi e della Polizia per verificare le attività di questi centri, rispondendo a un’interrogazione del deputato di +Europa, Riccardo Magi, che ha chiesto “se il ministero dell’Interno abbia mai autorizzato l’apertura di queste strutture, quali attività svolgano davvero e se sia stata aperta un’inchiesta”.

“La vicenda – ha dichiarato il capo del Viminale – non ha alcuna attinenza con gli accordi di cooperazione internazionale di polizia tra l’Italia e la Cina e con l’esecuzione di pattugliamenti congiunti tra personale delle rispettive polizie. Segnalo che il memorandum d’intesa per la esecuzione di questi pattugliamenti, firmato a L’Aia nel 2015, ha consentito lo svolgimento dal 2016 al 2019 delle attività di pattugliamento in Italia e dal 2017 al 2019 in Cina – ha spiegato – per essere poi sospese nel 2020 a causa della pandemia e tuttora inattive” (qui abbiamo parlato di cosa succede in Cina con il crollo dello yuan sul dollaro).

Non c’è alcuna autorizzazione alle attività dei centri in questione – ha rimercato Piantedosi – In ogni caso sono in corso indagini amministrative per verificare che titoli ci sono. Assicuro che le forze di polizia, in costante raccordo col comparto intelligence, hanno in corso un monitoraggio di massima attenzione sulla questione e che seguirò personalmente gli sviluppi non escludendo provvedimenti sanzionatori in caso di illegalità”.

Secondo la denuncia della Ong spagnola, le sedi di queste presunte undici stazioni sarebbero distribuite su tutto il territorio: da Prato a Roma, da Firenze a Milano, da Bolzano a Venezia, fino in Sicilia.

A Prato in particolare, che ospita la comunità cinese più grande d’Italia, per un totale in tutto il Paese di 300mila persone, uno di questi centri sarebbe stato aperto negli ultimi mesi.

“La Polizia – ha detto ancora in aula Piantedosi – ha immediatamente avviato accertamenti dai quali è emerso che nello scorso marzo l’associazione culturale della comunità cinese di Fujian in Italia aveva aperto una sorta di sportello per il disbrigo di pratiche amministrative rivolto ai connazionali“.

“Il presidente del consiglio direttivo dell’associazione – ha spiegato Piantedosi – sentito negli uffici della prima Questura, ha dichiarato che, oltre alle finalità richiamate, la sua associazione avrebbe fornito un servizio finalizzato ad aiutare i cittadini cinesi, che a causa del protrarsi della pandemia non avevano potuto fare rientro nel Paese d’origine, nel rinnovo di patenti cinesi e in materia di successioni. Ad oggi l’associazione, pur rimanendo formalmente in essere, di fatto non risulta più fornire i servizi, che peraltro avrebbero riscosso anche uno scarso interesse”.

“Il 16 novembre c’è stato nel Dipartimento della pubblica sicurezza un incontro con l’ufficiale di collegamento in servizio presso l’ambasciata della Repubblica popolare cinese a Roma che ha confermato quanto dichiarato dal presidente del consiglio direttivo dell’associazione” ha aggiunto il capo del Viminale spiegando che nelle altre città che sarebbero sede di queste associazioni, non risultano al momento cosiddetti centri servizi analoghi a quelli di Prato.