Russia, gli Usa cambiano strategia: cosa succede adesso

I due Paesi stabiliscono un canale di comunicazione per la prima volta dall'invasione dell'Ucraina. Una mossa inedita che potrebbe portare a diversi scenari

Ottanta giorni di guerra sono una tragica eternità per i civili che l’hanno subita e che continuano a subirla, ma poca cosa nell’ambito dei cambi di strategia militare. Fanno però eccezione quei cambi che rappresentano vere e proprie svolte, capaci di orientare in maniera decisiva gli esiti del conflitto. E in questo caso la svolta è stata azionata dalla grande Aquila che osserva tutto dall’alto, limitandosi ad agire con aiuti militari e politiche economiche dietro le linee: gli Stati Uniti.

La mossa della Casa Bianca si inserisce nel quadro del mutevole approccio tattico militare russo sul campo, passato nel giro di poche settimane da un’offensiva (che si pensava incontrastata) al ritiro da alcune aree occupate, fino alla difesa di avamposti strategici come il Donbass, considerati l’obiettivo minimo fin dall’inizio delle ostilità.

Segnali di pace, l’inedita apertura degli Usa alla Russia

Le difficoltà di Mosca sono testimoniate anche dai movimenti politici sul fronte interno e dalle audaci mosse economico-energetiche intraprese nei confronti dell’Occidente (come la decisione di tagliare il gas verso l’Ue: ne abbiamo parlato qui). Una situazione che ha spinto l’amministrazione Biden a “un’apertura” inedita.

Durante una telefonata, il ministro della Difesa americano Lloyd Austin ha chiesto al suo omologo russo Sergei Shoigu un rapido cessate il fuoco in Ucraina, sottolineando l’importanza di preservare canali di comunicazione. Si tratta del primo colloquio ad alto livello istituzionale tra i due Paesi dall’inizio dell’invasione russa, il 24 febbraio.

Cosa succede ora: i possibili scenari

Nonostante l’evidente importanza dello slancio statunitense, che sembra rassicurare il mondo sul rischio escalation, la telefonata non ha portato progressi sulle questioni chiave del conflitto. Secondo fonti del Pentagono, “la chiamata in sé non ha risolto in modo specifico alcun problema serio, né ha portato a un cambiamento diretto in ciò che i russi stanno facendo o dicendo”. A cosa potrà portare, dunque, questa svolta “parziale”?

Un contatto a un così alto livello, durato quasi un’ora, non avveniva da circa tre mesi. Questo conta sicuramente qualcosa. Una settimana dopo l’inizio dell’invasione, Washington ha stabilito una linea di comunicazione diretta con il ministero della Difesa russo per evitare incidenti tra le forze russe e i soldati statunitensi dispiegati nei Paesi alleati dell’Europa orientale. Tale linea è stata istituita il 1° marzo con lo scopo di evitare errori di calcolo, incidenti militari e un’escalation di tensione tra le due potenze (qui abbiamo parlato del nuovo piano del G7 contro la Russia di Putin).

La telefonata fra Austin e Shoigu pone tre questioni sul tavolo e suggerisce tre possibili scenari:

  1. I venti di escalation efferata e di guerra nucleare hanno cominciato a soffiare troppo forte, spingendo gli americani a dover dare prova agli occhi del mondo di un netto cambio di rotta sul fronte diplomatico per tranquillizzare l’opinione pubblica. Tutto questo potrebbe davvero scongiurare definitivamente un’escalation nucleare, anche se le armi atomiche restano e finora le minacce russe sono state ciclicamente riproposte (qui abbiamo parlato delle armi nucleari tattiche e strategiche che la Russia potrebbe utilizzare in caso di escalation).
  2. Il visibile affanno di Putin nel condurre la sua operazione militare speciale in Ucraina ha mostrato a Biden e al mondo che forse Mosca si trova in un momento di debolezza tale da poterci parlare. Quasi che le evidenti difficoltà interne e militari la dovessero spingere a trattare sui molteplici fronti aperti dal conflitto. In questo senso i negoziati per la pace potrebbero prendere nuovo slancio, con toni più distesi e posizioni meno rigide.
  3. Spostando di poco l’occhio sullo scacchiere geopolitico, balza agli occhi il gigante che continua a osservare dalla finestra: la Cina. Aprendo un canale di comunicazione (seppur embrionale) con la Russia, gli Stati Uniti vogliono evitare così che il Dragone possa divorare l’Orso. Chiudendo i rubinetti energetici verso l’Europa e gli scambi commerciali con numerosi Paesi, Mosca arriverà a (s)vendere petrolio e grano alla Cina, che potrebbe ottenerli a prezzo di mercato. La strategia americana di indebolire i suoi storici oppositori rischia di produrre l’effetto opposto, rafforzando dunque Pechino. Che così si presenterebbe con tanta benzina e la pancia piena alle sfide globali che si delineeranno fra qualche anno.

Il cessate il fuoco rappresenterebbe anche una svolta dal punto di vista economico. La crescente pressione esercitata sull’Europa dagli Stati Uniti sul piano delle sanzioni alla Russia, con annessi annunci di embargo energetico, rischia infatti di indebolire troppo gli Stati dell’Ue anche in ambito sociale. Uno dei punti sui quali Mario Draghi ha insistito durante la sua visita a Washington da Joe Biden è stato proprio questo.

La situazione sul campo: come sta procedendo la guerra

Abbiamo accennato alle sorti di Mosca nella guerra d’Ucraina, che sembrano sempre più incerte, per non dire compromesse. La Russia sta infatti ritirando i propri soldati dai dintorni di Kharkiv, la seconda città dell’Ucraina, dove sta perdendo terreno. Convinti all’inizio di conquistare rapidamente Kiev, ora i russi si ritrovano a combattere una guerra di retroguardia per puntellare quel Donbass che avevano già “preso”. Il rischio per Putin è quello di impantanarsi per molto tempo (forse anni) in un conflitto a bassa intensità, principalmente a causa dell’estrema difficoltà a rafforzare la fanteria: una mossa che poterebbe all’indebolimento di altri fronti nazionali (qui spieghiamo ad esempio perché l’Isola dei Serpenti è così importante nell’ambito della guerra in Ucraina).

Secondo il Financial Times, la situazione russa sul campo di battaglia sarebbe a un “punto morto”. Il gruppo Wagner di mercenari privati russi ritiene che sarebbero necessari fino a 800mila soldati per battere in modo decisivo gli ucraini. La Russia conta però solo circa 100mila soldati attualmente dispiegati nel Paese.

Dall’altro lato della barricata, l’Ucraina continua a resistere militarmente, ottenendo buoni risultati sul campo. Il presidente Zelensky si conferma inoltre un abilissimo comunicatore, intrecciando perfettamente i fili ucraini a quelli occidentali nella narrazione di una guerra per la libertà. I bollettini ufficiali di Kiev parlano un linguaggio chiaro: nell’ultimo si afferma che l’esercito ha riconquistato altri sei centri abitati presi dalle forze russe, portando a oltre mille il totale dei comuni liberati. In queste aree sono state ripristinate elettricità, acqua, trasporti e servizi sociali.