Addio a Rossana Rossanda, fondatrice de Il Manifesto e “ragazza” per sempre

Combattente, partigiana, libera, anticonformista, marxista e comunista, si è spenta a 96 anni dopo una vita straordinaria

Combattente, partigiana, libera, anticonformista, marxista un po’ diffidente e comunista, “eretica” e rigorosa, eternamente curiosa, fieramente laica. Pensiero femminile e maschile insieme, laterale, “resistente”, sempre avanti, capace di incidere profondamente, con la sua penna, sulla cultura di questo Paese troppo spesso sciatto e sbadato. Rossana Rossanda ci ha lasciato a 96 anni, dopo una vita straordinaria.

Dal Pci all’epurazione

Nata sul complicato confine orientale, a Pola nel 1924, fondatrice de Il Manifesto, che martedì 22 settembre le dedicherà un’edizione speciale del giornale, “La ragazza del secolo scorso”, come aveva titolato la sua biografia edita da Einaudi nel 2005, si è spenta nella sua casa di Roma.

Amica personale di Jean Paul Sartre, allieva del filosofo Antonio Banfi e dello storico dell’arte Matteo Marangoni, aveva vissuto a lungo a Parigi, che aveva lasciato due anni fa, stabilendosi a Roma, per trascorrere gli ultimi anni della sua vita in questa Italia che lei, nonostante tutto, amava. Compagna di Karol Kewes Karol, ebreo polacco scampato al nazismo grazie alla Russia che lo arruolò nell’Armata Rossa, tra i fondatori del Nouvel Observateur e collaboratore de Il Manifesto, fu una storica dirigente del Pci.

Parigi e Il Manifesto

Ostinata, contraria, restia ai microfoni, nominata da Palmiro Togliatti responsabile della politica culturale del Pci, eletta alla Camera nel 1963, fu poi radiata con l’accusa di “frazionismo” dal Comitato centrale del partito nel 1969. Proprio dopo l’”epurazione” fondò, con Lucio Magri, Luigi Pintor e Valentino Parlato, Il Manifesto.

Nel 2012 si separò dalla sua creatura editoriale, troppe incomprensioni, troppa distanza, oppure forse una semplice “legge generazionale”, come disse, secondo cui i figli per crescere hanno bisogno di uccidere i padri e le madri: “Ora è toccato a me”.

rossana rossanda

Ansa

La sua biografia

Bellissimo quanto scrisse a proposito della sua biografia: “Questo non è un libro di storia. È quel che mi rimanda la memoria quando colgo lo sguardo dubbioso di chi mi è attorno: perché sei stata comunista? perché dici di esserlo? che intendi? senza un partito, senza cariche, accanto a un giornale che non è più tuo? è una illusione cui ti aggrappi, per ostinazione, per ossificazione? Ogni tanto qualcuno mi ferma con gentilezza: “Lei è stata un mito!” Ma chi vuol essere un mito? Non io. I miti sono una proiezione altrui, io non c’entro. Mi imbarazza. Non sono onorevolmente inchiodata in una lapide, fuori del mondo e del tempo. Resto alle prese con tutti e due. Ma la domanda mi interpella”.

La vicenda del comunismo e dei comunisti del Novecento è finita così malamente che è impossibile non porsela, diceva. “Che è stato essere un comunista in Italia dal 1943? Comunista come membro di un partito, non solo come un momento di coscienza interiore con il quale si può sempre cavarsela: “In questo o in quello non c’entro”. Comincio dall’interrogare me. Senza consultare né libri né documenti ma non senza dubbi”. E ancora: “Dopo oltre mezzo secolo attraversato correndo, inciampando, ricominciando a correre con qualche livido in più, la memoria è reumatica. Non l’ho coltivata, ne conosco l’indulgenza e le trappole. Anche quelle di darle una forma. Ma memoria e forma sono anch’esse un fatto tra i fatti. Né meno né più”.

Bloccata su una carrozzina a causa di un ictus, in una delle sue ultime interviste disse: “Mi dispiacerebbe morire per i libri che non ho letto e i luoghi che non avrò visitato, ma confesso che non ho più nessun attaccamento alla vita”. Ciao, ragazza per sempre…

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