Putin usa la parola “guerra” per la prima volta. Il piano sul petrolio

L'ammissione involontaria del presidente russo Vladimir Putin potrebbe servire a cambiare la percezione in Russia della guerra in Ucraina

Il presidente russo Vladimir Putin ha usato per la prima volta la parola “guerra” per riferirsi al conflitto in Ucraina. Dal 24 febbraio il capo di Stato ha sempre parlato dell’invasione del Paese come di una “operazione militare speciale“. Ma a distanza di 10 mesi ha ceduto. L’obiettivo del Cremlino, ha dichiarato in conferenza stampa dopo una riunione del Consiglio di Stato sulle politiche giovanili, non è quello di cambiare le sorti del conflitto militare ma di “porre fine a questa guerra”. Ha sottolineato poi che ci sarà massimo impegno in questa dichiarazione.

Perché Vladimir Putin è stato denunciato per aver utilizzato la parola “guerra”

Sono in tanti a notare che l’uso della parola “guerra” per descrivere il conflitto ucraino è diventato di fatto illegale in Russia da marzo, quando lo Zar ha firmato un decreto sulla censura. La norma ha fatto diventare un reato la diffusione di informazioni sull’invasione dell’Ucraina che il regime bolla come false. Le pene arrivano fino ai 15 anni di carcere.

Dall’inizio del conflitto tutti gli organi di stampa affiliati al Cremlino e le comunicazioni ufficiali da parte del Governo e delle istituzioni russe hanno parlato di “operazione militare speciale”. Parlare di una vera e propria guerra, dunque, potrebbe essere considerato a tutti gli effetti una fake news punibile dalla legge.

La cosa non è sfuggita a Nikita Yuferev, un deputato regionale di San Pietroburgo, fuggito dalla Russia per le sue posizioni contrarie alla guerra. Giovedì 22 dicembre ha dichiarato di aver denunciato il presidente Vladimir Putin alle autorità russe per aver diffuso informazioni false sull’esercito. Su Twitter il politico ha sottolineato che “non è stata mai dichiarata una guerra” e che diverse migliaia di persone sarebbero già state condannate per l’uso di questa parola vietata.

Perché adesso cambia tutto in Russia e all’estero dopo il lapsus di Vladimir Putin

Quello del numero uno del Cremlino è sicuramente stato un lapsus, considerando che parlare apertamente di guerra potrebbe cambiare le carte in tavola tanto in patria quanto all’estero. E c’è grande attesa sulla prossima mossa di Vladimir Putin e dei suoi fedelissimi, che ora avranno una nuova gatta da pelare sul fronte diplomatico. La comunità internazionale non potrà certo ignorare questa sorta di ammissione di colpe, volontaria o meno.

Dal 24 febbraio in Ucraina sono morte decine di migliaia di civili, con interi villaggi spazzati via dalle bombe e danni ingenti alle infrastrutture. Dal giorno 0 dell’invasione, il presidente russo ha usato sempre il termine “operazione militare speciale” per descrivere l’attacco, giustificandolo come una campagna di “denazificazione” della classe dirigente e dell’esercito di Kiev, e come un atto dovuto di difesa della comunità russa in Ucraina.

Parole che non hanno mai fatto presa all’estero e in Occidente, ma che soprattutto in un primo momento sono servite a convincere l’opinione pubblica di Mosca e a creare una forte mobilitazione in tutto il Paese, con i russi pronti ad andare al fronte per difendere i confini dal nemico. Sentire Vladimir Putin parlare di “guerra” potrebbe aver squarciato definitivamente il velo di Maya, confermando i timori di chi lo critica in patria.

La decisione della Russia sul petrolio: i tagli che avranno serie conseguenze

Nel mentre la Russia ha deciso di tagliare la produzione di petrolio, con un calo stimato tra il 5% e il 7% dall’inizio del 2023. I tagli potrebbero raggiungere tra i 500 mila e i 700 mila barili al giorno, come dichiarato dal vice premier russo Aleksander Novak alla televisione di Stato. Si tratta della risposta russa ai tetti sui prezzi, i price cap, introdotti dall’Occidente in seguito alla guerra in Ucraina.

Le esportazioni di materia prima energetica da parte della Russia sono ancora richieste in tutto il mondo e, come ha dichiarato il numero due del governo, sarà difficile “garantire lo sviluppo mondiale” senza il gas e il petrolio venduti da Mosca. Il price cap sul petrolio, di cui vi abbiamo parlato qua, è stato introdotto dall’Unione Europea, dai Paesi del G7 e dall’Australia lo scorso 5 dicembre, in aggiunta all’embargo Ue per il greggio che arriva via mare e altre misure decise dal blocco occidentale.

Una minore produzione, e quindi la possibile penuria di materia prima sul mercato globale, potrebbe portare a un aumento consistente dei prezzi. Che avrà effetti particolarmente negativi per i Paesi che non sono ancora riusciti a diversificare in maniera efficiente le forniture di energia. Ma oltre alla guerra economica con l’Occidente, ci sarebbero inquietanti piani sul tavolo del Cremlino. A iniziare da un attacco diretto alla Nato da parte della Russia, di cui parliamo qua, e del coinvolgimento della Bielorussia nel conflitto, come anticipato qua.