Perché Putin ha perso la guerra sul gas e sulle sanzioni

La strategia di Vladimir Putin sul gas non è andata come previsto, visto che ora il Cremlino potrebbe sottomettersi ai capricci della Cina

Secondo Pierre Andurand, uno dei più grandi trader del settore energetico al mondo, il presidente russo Vladimir Putin ha “perso la guerra energetica” e il peggio della crisi europea del gas e dell’energia elettrica è passato. L’esperto di finanza, i cui fondi speculativi hanno goduto negli ultimi tre anni di importanti rendimenti grazie alla pandemia di Covid prima e alla guerra in Ucraina dopo, ha dichiarato di aver chiuso tutte le proprie posizioni nei mercati del gas naturale perché non ci sarà un nuovo aumento dei prezzi.

Perché Putin ha perso la sua scommessa per il gas e cosa c’entra la Cina

L’investitore ha dichiarato infatti che non si aspetta che la crescita dei prezzi dell’anno scorso, arrivati ai massimi livelli storici, possa ripetersi, considerando che l’Europa sta imparando rapidamente a vivere senza gas russo. Per Pierre Andurand, Vladimir Putin ha sottovalutato la capacità dei Paesi Ue di adattarsi e di trovare nuovi fornitori in tempi brevi. Tagliando le esportazioni di gas verso l’Europa, il Cremlino avrebbe infatti commesso un grosso errore che pagherà in futuro.

La Russia, ha spiegato al Financial Times, ha perso per sempre il suo più grande cliente, e ci vorranno almeno dieci anni per costruire dei condotti che portino in Asia le stesse quantità vendute in passato in Occidente. A stabilire il prezzo del gas in futuro sarà esclusivamente la Cina, che terrà il coltello dalla parte del manico come unico acquirente di Mosca. L’esperto ha però lanciato un allarme su quello che potrebbe succedere con il petrolio nel prossimo periodo.

Petrolio verso nuovi picchi con le riaperture decise da Pechino: cosa accadrà

Secondo l’esperto di Borsa, infatti, ci sarebbero molto spazio di manovra per quanto riguarda il petrolio, considerando che i prezzi di questa materia primi sono caduti troppo in questi mesi, e sono destinati a risalire anche grazie alla ripresa economica della Cina. Pierre Andurand ha dichiarato infatti che il barile potrebbe raggiungere i 140 dollari entro la fine del 2023.

Le riaperture a Pechino potrebbero infatti portare a una crescita della domanda di petrolio di gran lunga maggiore rispetto alle previsioni. Potrebbero essere necessari un paio di mesi perché il mercato riconosca la portata dell’aumento della domanda che stiamo vedendo, ha spiegato, sostenendo che il consumo globale guidato dalla Cina potrebbe aumentare fino a 4 milioni di barili al giorno nel corso dell’anno, rispetto alla media di una crescita annuale di oltre 1 milione di barili al giorno.

Il calo delle scorte potrebbe causare un rialzo del prezzo del barile, che potrebbe raggiungere e superare la quota di 139 dollari raggiunta poco dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, per poi tornare stabilmente a 83 dollari. Non si tratta di un prezzo particolarmente elevato, considerando che il picco storico è stato raggiunto 15 anni fa con 147 dollari. Ma che potrebbe lasciare spazio a speculazioni anche da parte degli operatori del settore, con un aumento dei prezzi per i consumatori.

E così potremmo rivedere ancorai prezzi di benzina e diesel schizzare in alto (come spiegato qua), nuovi aumenti in bolletta (qua tutti gli aiuti alle famiglie) e rincari che si ripercuoteranno a catena su tutta la filiera alimentare e sui prodotti di uso quotidiano (i costi degli acquisti “obbligati” sono già aumentati nuovamente, ve ne parliamo qua). L’inflazione tornerebbe così a crescere, e l’economia occidentale potrebbe subire un nuovo contraccolpo.