Perché giovedì 16 dicembre c’è lo sciopero generale

Perché giovedì 16 dicembre c'è lo sciopero generale: dai dubbi sulla Manovra 2022 al nodo fisco

Giovedì 16 dicembre è stato indetto uno sciopero generale. La Manovra 2022 messa in campo dal governo Draghi è stata considerata insoddisfacente da Cgil e Uil, in particolare su alcuni fronti caldissimi: fisco, pensioni, scuola, politiche industriali e contrasto alle delocalizzazioni e precarietà del lavoro, soprattutto dei giovani e delle donne (qui tutte le misure previste nella Legge di Bilancio e cosa cambia).

Per questo le due sigle sindacali (si è sfilata invece la Cisl) hanno proclamato lo sciopero generale di 8 ore con manifestazione nazionale a Roma e con il contemporaneo svolgimento di iniziative interregionali in altre 4 città: Bari, Cagliari, Milano e Palermo. I segretari generali di Cgil e Uil, Maurizio Landini e Pierpaolo Bombardieri, interverranno dalla manifestazione di Roma, che si svolgerà a Piazza del Popolo (attenzione invece alla scuola, che segue regole diverse per lo sciopero).

Il nodo fisco: cosa non piace ai sindacati

Sul fisco in particolare il governo ha previsto un intervento finalizzato alla riduzione della pressione fiscale sui fattori produttivi, attraverso l’utilizzo di 8 miliardi di euro annui e destinato alla riduzione dell’IRPEF e dell’IRAP.

Ciò che lamentano i sindacati è che non ci sarebbe stato un confronto su questo tema con le parti sociali. Ci sarebbe stato infatti solo un incontro il 16 novembre, durante il quale è stato detto che si sarebbe aperto un confronto, ma a quanto pare il governo avrebbe poi lavorato con i partiti di maggioranza e il 29 novembre avrebbe illustrato “solo verbalmente” la decisione “senza nessuna volontà di modificarla”.

Cgil, Cisl e Uil hanno chiesto che le risorse fossero interamente destinate alla riduzione della pressione fiscale sui redditi bassi e medio-bassi di lavoratori e pensionati, che contribuiscono all’IRPEF per l’85%. “È importante usare anche la leva fiscale per dare una risposta tangibile all’impoverimento del lavoro e delle condizioni sociali delle persone” dicono.

La loro bocciatura sull’intervento sull’IRPEF è netta. “Si tratta di un grave errore” attaccano. “La scelta è stata quella di operare sulla riduzione delle aliquote che, per come è costruito il nostro sistema fiscale, vuole dire intervenire in modo ingiusto. Così facendo, infatti, si interviene sui redditi di tutti i contribuenti, anche quelli più ricchi, e non solo lavoratori e pensionati. Anzi, avranno più benefici coloro che hanno redditi elevati e molto elevati” attaccano (qui le nuove aliquote IRPEF e chi ci guadagna).

Fare questo intervento senza aver ampliato la base imponibile IRPEF, senza una revisione del sistema delle agevolazioni, va nella direzione di una forte iniquità secondo loro, che rischia di materializzarsi in un sistema a 3 aliquote, così come chiedono alcune forze politiche. Questo significherebbe meno progressività e nessuna riforma organica del sistema fiscale. Tanto per capire, Francia, Germania e Spagna hanno sistemi a 5 scaglioni con la massima al 45% o aliquota continua.

Perché i redditi bassi ne beneficerebbero meno di quelli alti

Per i lavoratori dipendenti la cosiddetta no tax area è invariata a 8174 euro, aumenta solo l’intervallo di applicazione. Per i pensionati aumenta di 326 euro e arriva a 8500 euro. Per gli autonomi aumenta di 700 euro arrivando a 5500.

I vantaggi di cui beneficerebbero i redditi più bassi sarebbero inferiori a quelli dei redditi più alti: il contrario della progressività, secondo Cgil e Uil. I redditi dei lavoratori dipendenti fino a 35mila euro sono i più penalizzati anche perché l’abbassamento dell’aliquota si compensa con l’effetto delle nuove detrazioni.

“Attualmente il nostro sistema fiscale è a tassazione progressiva per scaglioni di reddito: se abbasso la seconda aliquota (da 27 a 25%) non significa che ciò riguardi solo ed esclusivamente chi guadagna tra 15.001 euro e 28.000. Se il mio reddito è 50mila euro, i miei primi 15mila euro saranno tassati al 23%, dai 15.001 a 28.000 al 25% (ora al 27%) e la parte restante al 35% (ora al 38%), con il risultato di circa 740 euro di tasse in meno da pagare”.

Altro esempio: “Un operaio meccanico o un impiegato dei servizi con reddito di 26mila euro vedrà tassata la prima parte di reddito al 23% e il resto (11mila) a 25% (anche qui, anziché 27%) ottenendo un vantaggio fiscale molto inferiore, circa 45 euro l’anno”.

Perché dicono no al taglio dell’IRAP

I sindacati si dicono poi contrari alla riduzione o cancellazione dell’IRAP di oltre 1 miliardo di euro. La Legge di Bilancio 2022 già prevede misure a vantaggio delle imprese per oltre 10 miliardi di euro, che si sommano ai 185 miliardi di euro a loro destinati dal 2015 ad oggi.

Il no al taglio dell’IRAP è dovuto al fatto che sostiene il Servizio sanitario nazionale e “pensiamo che le risorse per garantire la sanità debbono essere aumentate e non ridotte”. Inoltre, per garantire lo stesso ammontare del taglio dell’IRAP si ricorrerà alla fiscalità generale, quindi, il costo ulteriore sarà spalmato su tutti i contribuenti, dicono Cgil e Uil.

Cosa bisogna fare secondo i sindacati

Cosa propongono dunque i sindacati? Come si interviene sui redditi bassi e medio bassi? La proposta è quella di utilizzare lo strumento della decontribuzione strutturale per i lavoratori con un reddito fino a 20mila euro.

Il motivo è legato al fatto che per questi lavoratori (circa 11 milioni) c’è un problema di scarsa capienza fiscale, quindi agire sui contributi sociali avrebbe dato un immediato vantaggio evitando di ridurre la possibilità di detrarre, ad esempio, spese mediche, spese per istruzione, mutui e così via.

Poi bisognerebbe, dicono, aumentare le detrazioni da lavoro dipendente per i lavoratori dai 20mila euro ai 50mila euro e la detrazione da pensione per i pensionati. In questo modo “si sarebbe selezionata e ‘ritagliata’ la platea di riferimento dell’intervento fiscale, evitando di disperdere le poche risorse su platee più ampie. I redditi più alti non utilizzeranno il vantaggio fiscale per aumentare i consumi o ridurre i debiti, al contrario dei redditi più bassi il cui contributo alla crescita economica è tanto forte quanto è maggiore il beneficio fiscale”.

Dove trovare i soldi

Le risorse per una riforma fiscale più equa si potrebbero trovare con una lotta seria all’evasione e all’elusione fiscale e contributiva, per ridurre strutturalmente gli oltre 100 miliardi di euro che ogni anno alimentano l’economia sommersa.

E allargando la base imponibile IRPEF a tutte le tasse “piatte” oggi esistenti, come rendite finanziarie, cedolare secca, forfait per autonomi, ecc.

Per tutte le info sullo sciopero, chi si ferma e chi no potete cliccare qui.

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