Recovery, cosa vuole l’Ue dall’Italia: cosa succede a pensioni, giustizia e Pa

La Commissione chiede all'Italia un piano più dettagliato per poter accedere ai 209 miliardi previsti dal Next generation Ue per il nostro Paese

La strada dell’Italia per i 209 miliardi del Recovery plan è piena di ostacoli che si chiamano “riforme”. Sulle pensioni, sulla Pubblica amministrazione, sulla giustizia: la Commissione europea aggiorna le linee guida del Next generation Ue e mette dei requisiti più stringenti per poter accedere ai fondi.

Le riforme chieste dall’Ue all’Italia per il Recovery plan

Ad un mese dall’approvazione del Recovery plan, la Commissione ha chiesto a Roma, come altri Paesi membri, di basare i progetti sulle riforme in ballo da anni e mai realizzate e per questo “guardare alle raccomandazioni Ue 2019 e 2020”.

Se nel dibattito italiano sul piano da presentare in Europa, che ha anche portato alla crisi di governo, Bruxelles non si è intromessa, negli ultimi giorni è tornata a farsi sentire tramite i suoi esponenti: prima con il commissario all’Economia Paolo Gentiloni, sostenendo che il piano italiano vada “rafforzato”, poi col vice-presidente Valdis Dombrovskis il quale ha dichiarato che l’instabilità politica non deve distrarre dal completamento del progetto.

Sin dalla nascita del Next generation Ue di luglio, la Commissione ha ribadito come condizione necessaria per poter accedere ai fondi, “fornire spiegazioni dettagliate su come verranno affrontate le misure proposte, in che modo le criticità verranno risolte”.

Presupposto ancora più valido per Paesi con un alto debito pubblico come l’Italia, ai quali è richiesto di spiegare come i piani contribuiranno ad abbassare l’indebitamento strutturale.

Secondo l’Ue dovrebbe essere affrontato aumentando la crescita economica attraverso un incremento di produttività  grazie a riforme come il taglio della burocrazia, processi più rapidi, l’eliminazione di quota 100 e migliori condizioni per le imprese.

Recovery plan, le raccomandazioni Ue

Queste raccomandazioni mostrerebbero come probabilmente a Bruxelles non siano rimasti soddisfatti delle pagine inviate da Roma e che non si accontenteranno di una lista di cose da fare. I dubbi sono stati accresciuti dal fatto che se nelle prime bozze del Pnrr, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, si poteva trovare traccia delle riforme, queste adesso sarebbero sparite. Rimarrebbero riassunte soltanto quelle su giustizia, concorrenza e mercato del lavoro.

Anche per questo il governo di Giuseppe Conte si è rimesso a lavoro per modificare il Recovery plan. Il presidente del Consiglio ha messo in programma diversi incontri delle sigle sindacali Cgil, Cisl e Uil, con cui ha discusso in prima persona, con i rispettivi ministri interessati.

Il rischio però rimane che questi ulteriori confronti possano far perdere ancora tempo e che se l’Italia non sarà in grado di proporre significativi tagli alla burocrazia, potrebbe non ricevere parte dei 209 miliardi.

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