Tamponi, isolamento e non solo: il modello giapponese anti-Coronavirus ha funzionato

Dal disastro al successo: il modello giapponese anti-Coronavirus ha funzionato

Durante una conferenza stampa, il 25 maggio 2020 il primo ministro del Giappone Shinzo Abe ha dichiarato rientrata l’emergenza Coronavirus, decretando la vittoria del “modello giapponese” anti-Covid. Il paese, ha spiegato, è riuscito a tenere sotto controllo i contagi pur non ricorrendo alle pesanti restrizioni approvate in Europa e Stati Uniti, il che è da considerarsi oggi un grande traguardo. Ma cosa sappiamo dei protocolli di sicurezza in Giappone? E come funziona l’intero sistema? 

I dati che confermano il successo

Come forse non tutti sapranno, la costituzione giapponese proibisce al Governo di imporre il blocco totale di tutte le attività. Il lockdown così come imposto da noi in Italia, dunque, non è autorizzato dalla legge. Tuttavia, allo scoppio della pandemia, il governo giapponese ha comunque chiesto ai cittadini di rispettare volontariamente il distanziamento sociale e ridurre al minimo indispensabile le proprie attività.

Seguendo queste disposizioni il numero di nuovi casi da Covid è sceso da 600-700 al giorno a metà aprile, arrivando a circa 20-30 al giorno a fine maggio. I casi di Coronavirus registrati in Giappone fino allo scorso mese sono stati 16.581, per un totale di 830 morti, molti in meno rispetto a quelli di altri paesi in Europa o negli Stati Uniti di dimensioni simili.

La strategia giapponese anti-Covid, successo o falso mito?

Media ed esperti hanno faticato a spiegare il diffondersi della pandemia in Giappone. Molti hanno persino accusato il paese di star deliberatamente mantenendo basso il numero di contagi e decessi solo per non rinunciare ai Giochi Olimpici di Tokyo.

A tal proposito, bisogna infatti dire che il numero di test PCR è stato molto ridotto in Giappone, perciò è probabile che molte persone infette non siano state effettivamente registrate. Nascondere o modificare i dati relativi al numero di morti da Covid, tuttavia, è molto difficile, se non impossibile. Ed è proprio a partire da questo numero relativamente basso di decessi che oggi il “modello giapponese” contro il Coronavirus può essere considerato un successo, almeno fino ad ora.

Come funziona il modello giapponese contro il Coronavirus

Quindi, come funziona il modello giapponese anti-Covid? Innanzitutto, si tratta di un approccio basato sui cosiddetti cluster, termine che in chimica si usa per indicare un ammasso/raggruppamento. Il modello è stato sviluppato a partire da uno studio epidemiologico condotto sulla nave da crociera Diamond Princess, che è entrata nel porto di Yokohama il 3 febbraio.

La teoria che sta alla base di tutto spiegherebbe come i numerosi passeggeri della nave, nonostante abbiano avuto stretti contatti con persone infette presenti nella struttura, non abbiano contratto il Coronavirus. Si suppone, infatti, che l’aumento esplosivo dei contagi sia il risultato dell’alta trasmissibilità di alcuni individui infetti, che vanno a formare un ammasso. Lo studio, pertanto, suggerisce di rintracciare ogni cluster alla fonte (partendo dall’origine del contagio) e di isolare le persone con elevata trasmissibilità per prevenire la diffusione dell’infezione. Per questo motivo, non sono necessari test di massa su tutta la popolazione ma, al contrario di molti altri approcci adottati nel resto mondo (come in Italia), basta semplicemente procedere con dei tamponi mirati.

La strategia giapponese si basa sull’approccio delle tre T, ovvero “Test-Trace-Treat” (Testa, Traccia, Tratta). Una volta che un individuo infetto è stato identificato, il cluster di infezione viene rintracciato risalendo alla fonte originale e tutti i membri del cluster vengono isolati e trattati di conseguenza.

Il modello giapponese può essere applicato in Italia?

Questo approccio basato sui cluster è funzionale però solo in ambienti in cui ci sono poche persone infette e i contagi sono rilevabili in fase iniziale. A febbraio, quando il virus è arrivato in Hokkaido, è stato adottato questo approccio e, di conseguenza, l’isola è stata in grado di contenere con successo il suo focolaio chiudendo i confini nel momento in cui i contagi erano pochi e individuati. Affinché l’approccio basato sul cluster sia efficace, le misure di protezione negli aeroporti e nei porti sono importanti. Hokkaido ha il vantaggio di essere un’isola, e quindi ha reso relativamente facile controllare l’afflusso di persone infette. Dopo questo successo, l’approccio basato sui cluster è stato adottato a livello nazionale.

Il protocollo giapponese impone inoltre che un qualsiasi test positivo sia confermato da un secondo test. Allo stesso modo, prima che qualsiasi paziente possa essere designato come guarito e idoneo alla dimissione dall’ospedale, devono risultare due test negativi, a distanza di 24 ore. La legge giapponese sulle malattie infettive è per di più molto rigida e impone che tutti i soggetti infetti da una malattia ad alto contagio debbano essere ricoverati in ospedale, anche se presentano solo sintomi lievi o sono asintomatici. Questa politica ha riempito interi reparti specializzati, minacciando l’eccellente sistema sanitario della nazione, e così i governatori hanno iniziato a prenotare camere d’albergo e altre strutture per isolare pazienti affetti da Covid non gravi.

I fattori che hanno contribuito al successo

È anche vero, comunque, che il modello giapponese si basa su condizioni geografiche e sociali che hanno contribuito a raggiungere il successo all’interno del paese, mentre lo stesso non sarebbe stato possibile in altre parti del mondo. In Giappone, per esempio, l’abitudine di indossare mascherine di protezione individuale era già ben diffusa prima della pandemia. Inoltre, comportamenti come stringere la mano, abbracciare e baciare amici e conoscenti, così come altre forme di contatto fisico, non fanno parte della tradizione giapponese.

Il modello ha permesso ad un certo tipo di attività economiche di non arrestarsi, tant’è che ai cittadini non è stato imposto il blocco, ma loro stessi si sono organizzati ed hanno volontariamente rispettato le distanze, rendendo la libertà di movimento più sostenibile nel lungo termine (al contrario del lockdown imposto in Europa e in Italia). E questo ha contribuito sicuramente ad evitare la diffusione del Coronavirus fin dall’inizio.

Non si può dire, infine, se il modello giapponese – che fino ad ora è stato un successo – continuerà ad essere efficiente in futuro. Ma per ora il tasso di mortalità relativamente basso fa ben sperare il Governo.

I problemi emersi

Certo, non è tutto oro ciò che luccica e, anche in questo caso, possiamo dire che davvero tutto il mondo è paese. Molti medici in Giappone hanno denunciato le condizioni in cui il personale sanitario è stato mandato a combattere l’epidemia. Dispositivi non adatti, protezioni mancanti, carenza di personale qualificato sono stati i problemi più diffusi, proprio come in Italia.

Tirando le somme, però, il Giappone è riuscito – ad oggi – a contenere l’emergenza sanitaria egregiamente. È impossibile prevedere cosa accadrà da ora in poi, ma un’analisi obiettiva e razionale dei dati indica che il modello giapponese contro il Coronavirus è risultato essere funzionale e pratico sotto molti punti di vista.

© Italiaonline S.p.A. 2020Direzione e coordinamento di Libero Acquisition S.á r.l.P. IVA 03970540963

Tamponi, isolamento e non solo: il modello giapponese anti-Coronavirus...