Al governo Draghi non tornano i conti: “buco” da 10 miliardi

Al governo Draghi non tornano i conti, un buco causato dal mancato pagamento di alcune tasse da parte delle imprese di gas ed elettricità

Il lavoro del Governo Draghi volge ormai al termine, con le prossime elezioni del 25 settembre che solleveranno l’esecutivo uscente dagli affari correnti portati avanti in queste ultime settimane. Dopo la crisi di luglio e lo scioglimento delle Camere è però successo di tutto, con la guerra in Ucraina che è proseguita portando l’Europa sull’orlo della crisi energetica. Con l’arrivo dell’inverno e lo spettro di mesi freddi alle porte, Draghi è ora alla ricerca di fondi per interventi mirati su bollette e carovita, con soldi che però mancano all’appello (qui vi abbiamo parlato del piano dei Paesi europei per ridurre i consumi).

Facendo i conti in tasca all’esecutivo, infatti, ci sarebbe un buco di oltre 10 miliardi, soldi che sarebbero dovuti arrivare dagli extraprofritti delle aziende energetiche previsti dal Decreto Aiuti Bis. Questi soldi, però, non sarebbero mai arrivati nelle tasche dello Stato, con le aziende del settore che hanno alzato il muro rifiutandosi di pagare le due tranche richieste.

Extraprofitti spariti, cosa succede

Nel Decreto Aiuti Bis il Governo aveva programmato di incassare ben 10,5 miliardi grazie a una tassa una tantum sugli utili extra delle aziende del settore energetico. Si sarebbe dovuto trattare di un pagamento in due tranche, una prima entro il 30 giugno pari al 40% del profitto più una seconda entro il 30 novembre sul restante 60%. Eppure, a giugno, la maggior parte delle aziende ha deciso di non pagare confidando sull’incostituzionalità della misura. Per capire l’effettivo ammontare del problema, però si dovrà attendere la data del 31 agosto, quando si chiuderà il ravvedimento per il pagamento dell’acconto sulla tassa degli extraprofitti delle aziende energetiche e si potranno avere delle stime precise su quanto c’è in cassa (qui vi abbiamo parlato del rischio lockdown energetico).

Il contributo doveva essere calcolato sull’incremento degli incassi tra il primo ottobre 2021 e il 30 settembre 2022, con il 25% da versare all’erario se i guadagni avevano superato il 10% del totale o i 5 milioni di euro. Questo 25%, pagabile con le due tranche citate, però non è mai arrivato.

Chi doveva pagare? Le aziende fanno ricorso

Le aziende che hanno rifiutato di versare il pagamento nelle casse dello Stato sono diverse. Per giustificare il mancato versamento in favore dell’erario, le società del settore energetico hanno deciso di unirsi per presentare ricorso sull’incostituzionalità della misura, con la prima udienza che avrà luogo il 21 settembre e le prime decisioni che verranno prese l’8 novembre.

A presentare ricorso sono state aziende petrolifere come Kuwait Petroleum (Q8), Ip, Esso e Engycalor. Nell’elenco non ci sono invece i colossi di Stato Eni ed Enel, c’è però Acea Energia Spa, la municipalizzata di Roma, e anche Engie Italia Spa, multinazionale francese di luce e gas. Dai risultati del ricorso del prossimo 8 novembre si prospettano quindi tre scenari, secondo quanto riferito da un avvocato che segue il caso: “I giudici sospendono l’efficacia della norma e dispongono un rinvio alla Consulta: il saldo di novembre non si paga fino a quando l’Alta Corte non si pronuncia, di solito entro un anno o anno e mezzo. Oppure i giudici non accolgono il ricorso e tutti pagano tutto. Terzo scenario: il Tar rinvia alla Consulta, ma non sospende la norma: quindi il saldo si paga e poi si aspetta il rimborso”.