L’Europa contro Putin: il ruolo chiave di Macron e della Svizzera non più neutrale

Nella crisi ucraina, che sta già ridefinendo l'assetto geopolitico europeo, è interessante notare come si muovono la Francia e la Svizzera

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Miriam Carraretto

Giornalista di attualità politico-economica

Da vent'anni giornalista e caporedattrice per varie testate nazionali, è autrice di libri e contributi su progetti di sviluppo in Africa e fenomeni sociali.

Nella crisi ucraina, che sta già ridefinendo l’assetto geopolitico europeo, mentre l’Italia manda armi a Kiev (qui cosa prevede il “decreto Ucraina approvato da Draghi) e annuncia che trasferirà la sua ambasciata a Leopoli, nella parte ovest del Paese, è interessante notare come si muovono due dei Paesi che, seppur in modo diverso, reggono il sistema Europa: uno da dentro, in quanto parte fondativa e in prima linea nell’Unione, l’altro da fuori, in un certo senso “a guardia” degli affari suoi, ma anche di tutti. Stiamo parlando di Francia e Svizzera.

Cosa ha fatto Macron contro Putin, e perché

Il presidente francese Emmanuel Macron ha invitato lunedì il presidente russo Vladimir Putin a risparmiare i civili in Ucraina, in una lunga telefonata durata 1 ora e mezza. Macron ha chiesto di fermare gli attacchi contro i civili e le infrastrutture civili in Ucraina e di mettere in sicurezza le strade principali, in particolare quella che corre lungo la parte meridionale di Kiev.

Il presidente Putin avrebbe confermato la sua disponibilità a prendere impegni su questi punti, si legge nel comunicato diffuso dall’Eliseo, sottolineando però che la smilitarizzazione dell’Ucraina (e la sua “denazificazione” ha detto Putin) e il riconoscimento occidentale della sovranità russa sulla penisola di Crimea sono i prerequisiti per porre fine ai combattimenti in Ucraina.

Macron ha anche invitato Putin a rispettare il diritto umanitario internazionale e consentire le spedizioni di aiuti umanitari alla popolazione.

Ma perché Macron si è posto in prima linea? L’obiettivo del presidente francese è senz’altro avviare un dialogo sul ruolo della NATO in Europa e Ucraina e potenzialmente un nuovo trattato sul controllo degli armamenti, sapendo che l’Occidente dovrà comunque cedere ad alcune delle richieste della Russia, che dalla sua vuole ripristinare la potenza perduta dopo lo scioglimento dell’URSS.

L’attivismo diplomatico del presidente francese riflette il sogno di grandeur di un Paese che vuole mantenere ancora il suo posto di prestigio sulla scena internazionale. Ma quella di Macron è anche, e forse prima di tutto, una partita interna. Il 10 aprile si terrà infatti il primo turno delle elezioni presidenziali che porteranno la Francia a eleggere il prossimo Presidente, dopo 5 anni.

Macron aveva inizialmente pianificato di sfruttare la presidenza francese del Consiglio dell’UE per ripristinare la sua statura presidenziale prima del voto, ma la crisi ucraina ha sparigliato le carte e gli potrebbe permette ora di ricoprire un ruolo chiave sulla scena internazionale (qui quanti soldi l’Italia ha già inviato a Zelensky e qui quanto spenderà l’Europa in aiuti militari).

La Svizzera abbandona la sua storica neutralità

Dall’altra parte troviamo invece la Svizzera. Il presidente ucraino Zelensky avrebbe chiesto al presidente svizzero Cassis di agire come mediatore neutrale tra Ucraina e Russia e aiutare a lavorare per un cessate il fuoco, in particolare nel contesto di una riunione del Consiglio per i diritti umani a Ginevra, che inizierà il prossimo lunedì. Lo stesso Zelensky ha formalmente firmato la richiesta di adesione alla Ue, provocando uno “strappo” – simbolico prima ancora che reale – con Putin.

Mentre in un primo momento il governo di Berna sembrava voler rivendicare la sua storica neutralità, è arrivata – prima volta nella storia del Paese elvetico – una presa di posizione chiara e una condanna netta dell’invasione di Putin all’Ucraina.

Il Paese occupa una posizione chiave, soprattutto tra l’élite russa, che frequenta il Paese per questioni finanziarie, come ovvio, ma anche per importanti interventi medici o per trascorrere vacanze esclusive a Ginevra, nei Grigioni o fuori Berna.

Il governo cantonale ha deciso di aderire alle sanzioni adottate dall’Unione europea il 23 e 25 febbraio (qui il pacchetto di sanzioni annunciate dalla presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen). Per quanto non del tutto inaspettata, la decisione è un passo certamente inusuale per la Svizzera: l’importante ruolo del Paese come piazza finanziaria, con una forte presenza russa, ha reso inderogabile la sua adesione alle restrizioni europee.

Già il 24 febbraio il governo di Berna aveva detto di voler evitare che la Svizzera venisse usata come piattaforma per aggirare le sanzioni imposte dall’Ue. Non possiamo non ricordare che nel 2014 il Paese non si era allineato alle sanzioni europee per l’invasione russa in Crimea. La Svizzera è stato l’unico Paese che ha aiutato entrambi gli schieramenti della linea del cessate il fuoco nel Donbass negli ultimi anni, ad esempio aiutando a mantenere l’approvvigionamento idrico.

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Cosa succede ora ai russi che hanno rapporti con la Svizzera

Se un cessate il fuoco non verrà concordato entro pochi giorni, gli svizzeri interromperanno immediatamente tutti i rapporti commerciali con la Russia. Teniamo presente che un terzo delle attività estere della Russia è “nascosto” in Svizzera e l’80% del commercio di materie prime della Russia passa da lì.

La mossa della Svizzera apre scenari inattesi, perché la questione non è solo economica, ma anche diplomatica. L’Europa ha bisogno più che mai di un attore neutrale in grado di mantenere una parvenza di legame con Putin.

Ma cosa significa che la Svizzera non è più neutrale e aderisce alle sanzioni Ue? Prima di tutto, vengono immediatamente bloccati i beni di uomini e società influenti, oligarchi e élite, e vengono adottate subito sanzioni finanziarie contro il presidente russo Vladimir Putin, il primo ministro Mikhail Mishustin e il ministro degli esteri Sergey Lavrov.

La Svizzera riprende tutte le misure decise dall’Ue nei confronti di Mosca, “senza eccezioni”, ha voluto sottolineare il ministro delle finanze Ueli Maurer. I beni di coloro che figurano nelle liste stilate da Bruxelles sono immediatamente congelati, precisando che queste persone non potranno aprire nuovi conti in Svizzera.

L’Esecutivo ha anche deciso di sospendere parzialmente l’accordo del 2009 sulla facilitazione del rilascio del visto per i russi. Vietato anche l’ingresso alle persone che hanno un legame con la Svizzera e al contempo sono vicine al presidente russo.

Quali banche rischiano il “black out”

La Svizzera sostiene anche la decisione di espellere le banche russe dal sistema di pagamento Swift e farà in modo che non venga aggirata, ha precisato Maurer, affermando che la Confederazione intende continuare a essere una piazza finanziaria trasparente e che quest’ultima non è direttamente colpita dalle sanzioni.

Quali sono le banche russe che operano in Svizzera? Ci sono Sberbank, Gazprombank e Vtb. Sberbank è il più grande istituto finanziario in Russia, con 105 dipendenti: a gennaio registrava utili di almeno 20 milioni di franchi per il 2021. La banca conta circa 250 imprese fra i suoi clienti, attive soprattutto nel ramo delle materie prime. Ora, è sull’orlo della bancarotta (ne abbiamo parlato approfonditamente qui).

Gazprombank ha sede a Zurigo ed è interamente nelle mani di Gazprombank, terzo istituto russo e realtà strettamente legata al settore energetico. Nel 2020 la banca – 84 dipendenti – ha perso 3,6 milioni di franchi.

Vtb Capital si trova invece dal 2014 a Zugo. Fa parte del gruppo Vtb Bank, prima banca d’investimento internazionale in Russia, ma non dispone di una licenza bancaria nella Confederazione svizzera.