Covid, ipotesi chiusura delle “attività non essenziali”: quali potrebbero essere

Il governo studia le norme per il nuovo Dpcm ma avrebbe cominciato a pensare alle attività che eventualmente possono essere sacrificate per far fronte alla seconda ondata

La risalita della curva dei contagi non accenna a rallentare e sul Paese incombe un nuovo lockdown, anche se il presidente del Consiglio Giuseppe Conte lo ha negato più volte. Nel vertice di maggioranza a Palazzo Chigi riunito in queste ore dal premier con i capidelegazione delle forze politiche, è in corso la discussione su provvedimenti ancora più stringenti da inserire in un nuovo Dpcm, ma si starebbe cominciando già a stilare un elenco delle attività cosiddette “essenziali”, le uniche cioè a rimanere aperte, rispetto alle altre che potrebbero chiudere per limitare la diffusione dell’epidemia.

Covid, ipotesi chiusura delle “attività non essenziali”

Un’eventualità che il ministro della Salute Roberto Speranza avrebbe considerato prima dell’ultimo Dpcm: “L’idea di base è l’irrigidimento delle misure con una distinzione tra attività essenziali e non essenziali perché abbiamo necessità di limitare i contagi; interveniamo adesso con più forza sulle cose non essenziali per evitare di dover incidere domani sull’essenziale che per il governo è rappresentato da lavoro e scuola” aveva detto la settimana scorsa durante una riunione della Protezione civile.

A fare le spese dell’inasprimento delle misure di prevenzione potrebbero allora essere quelle attività ritenute appunto “non essenziali” dall’esecutivo, che potrebbero coinvolgere tutti quei settori che vanno dall’organizzazione di convegni allo sport non professionistico, salvaguardando questa volta l’industria, commercio e artigianato. Comparti che invece non erano stati risparmiati durante il lockdown.

Covid, le “attività essenziali” durante il lockdown

Con il Dpcm del 22 marzo Giuseppe Conte infatti chiudeva buona parte delle attività economiche del Paese tranne 80 settori individuati tramite codice Ateco, la classificazione tramite codice alfa-numerico che distingue i vari comparti produttivi e commerciali.

Tra i settori rimasti aperti nella prima fase della pandemia risultavano quelli base tra i quali le coltivazioni agricole e gli allevamenti, la pesca, le industrie alimentari, il settore manifatturiero, del commercio all’ingrosso e dei trasporti.

Tutte attività irrinunciabili per il funzionamento del Paese e che anche questa volta sarebbero le uniche ad essere sicure di non subire una chiusura.

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