Covid in declino? Cosa dicono i nuovi segnali

Dal sequenziamento delle nuove varianti emerge che il coronavirus avrebbe esaurito la sua capacità di mutare ulteriormente e di sopravvivere come lo conosciamo

Il monitoraggio indipendente del laboratorio di Virologia dell’ospedale San Matteo di Pavia fotografa la diffusione delle varianti del Covid nel nostro Paese. Secondo il professor Fausto Baldanti, che ha anticipato gli ultimi dati dello studio in un’intervista rilasciata a Repubblica, ci sarebbero però buone notizie all’orizzonte. Secondo quanto emerge dai dati in possesso del nosocomio lombardo, nonostante la forte preoccupazione per l’ancora poco conosciuta variante indiana del Sars-Cov-2, il coronavirus potrebbe essere in una fase “di declino“. Si starebbero verificando infatti le stesse mutazioni in diverse parti del mondo, e questo processo potrebbe portare alla diffusione di una versione del patogeno meno pericolosa per l’uomo.

Covid in declino? Cosa sappiamo della nuova variante indiana

Proprio la temuta variante indiana ha due mutazioni che si trovano nella posizione 484 e in seconda posizione 452 della proteina Spike. La prima è stata già osservata nella variante sudafricana e in quella brasiliana, con cui le differenze appaiono minime. In India il nuovo ceppo causa circa il 10% delle infezioni, e si starebbe dunque diffondendo a un ritmo molto inferiore rispetto a quello inglese, diventato ormai endemico in tutto il mondo. L’impennata dei casi nel Paese non è quindi legata alle ulteriori mutazioni del coronavirus, ma ad altri fattori.

Tra questi comportamenti a rischio rilevati ad esempio per il pellegrinaggio sul Gange, con spostamenti e assembramenti di milioni di persone. Insieme a condizioni sanitarie precarie e alla saturazione degli ospedali, hanno determinato l’ecatombe a cui stiamo assistendo. Alcuni casi della variante indiana sono stati rilevati anche in Italia, e questo ceppo rimane l’osservato speciale di questo periodo.

Covid in declino? Cosa è emerso dalle varianti del coronavirus

Gli esperti del San Matteo di Pavia, come ha spiegato Fausto Baldanti, stanno cercando di capire in che modo le mutazioni influiscono sulla capacità di infettare del virus. Hanno notato, ad esempio, che la mutazione 501 della variante inglese l’ha resa più contagiosa. La stessa mutazione, ma nella posizione 484, non ha avuto gli stessi effetti su quella brasiliana.

Alla luce dei sequenziamenti elaborati dall’équipe, il direttore del laboratorio di Virologia ha spiegato che il Sars-Cov-2 è un virus che “non può mutare all’infinito“. In particolare non sono previsti particolari cambiamenti nella parte del genoma che riguarda la Spike. Questa proteina è formata da tre catene uguali associate e ha una regione che entra in contatto con le cellule da infettare che è chiamata Rbd, un acronimo inglese che sta per “dominio che lega il recettore”.

Si tratta di una parte della molecola molto flessibile il cui ruolo è identificare il recettore Ace2, con cui interagisce per aggrapparsi alle cellule umane e invaderle. Le combinazioni di aminoacidi sono tuttavia molto limitate, e questo significa che le mutazioni dell’area sono altrettanto limitate. Il professor Fausto Baldanti ha spiegato a Repubblica che per questo il suo laboratorio ha osservato gli stessi cambiamenti negli stessi punti, ipotizzando che il virus stia “esaurendo le possibilità di mutazione“, almeno per quanto riguarda la zona di aggancio della proteina Spike.

Queste somiglianze tra le varie varianti indicherebbero che il Covid avrebbe smesso di mutare, e stia “easurendo la capacità di sopravvivenza” per “trasformarsi definitivamente in un coronavirus umano a bassa intensità“, come i tanti che ci infettano regolarmente e sono responsabili di sintomi similinfluenzali e patologie facilmente curabili con i farmaci da banco, causando via via meno morti e sintomi meno gravi.

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