Covid, quando l’autocertificazione falsa non è reato: cosa dice la sentenza

Il giudice del tribunale di Reggio Emilia ha prosciolto una coppia dall'accusa di falso ideologico definendo il primo Dpcm "illegittimo"

Una coppia è stata scagionata dall’accusa di falso ideologico dopo aver compilato un’autocertificazione con giustificazioni non reali. Non perché effettivamente avessero dichiarato il vero, ma perché il giudice ha stabilito che “iI fatto non costituisce reato” sostenendo che “il Dpcm dell’8 marzo di un anno fa è illegittimo“. Il pm non ha fatto ricorso e la sentenza è diventata definitiva, rappresentando in questo modo un possibile precedente.

Covid, sentenza su autocertificazione falsa: le motivazioni

Il gip emiliano ha così motivato la sua decisione: “Poiché proprio in forza di tale decreto, ciascun imputato è stato costretto a sottoscrivere un’autocertificazione incompatibile con lo stato di diritto del nostro Paese.”

“Nel nostro ordinamento giuridico, l’obbligo di permanenza domiciliare consiste in una sanzione penale restrittiva della libertà personale che viene irrogata dal giudice penale per alcuni reati all’esito del giudizio” ha scritto ancora il giudice nelle motivazioni alla sentenza, ricordando le garanzie della Costituzione.

Covid, sentenza su autocertificazione falsa: la vicenda

La vicenda risale a un anno fa, in pieno lockdown a Correggio, in Emilia-Romagna, durante la prima fase dell’epidemia da Covid-19. È il 13 marzo e una coppia viene fermata dai carabinieri. La donna dichiara nell’autocertificazione “di essere andata a sottoporsi ad esami clinici” e l’uomo “di averla accompagnata”.

Una motivazione prevista tra i casi di legittima necessità di spostamento per comprovate ragioni di salute, ma le verifiche delle forze dell’ordine dimostrarono che quanto dichiarato non corrispondeva al vero perché non risultava che la donna fosse andata in nessun ospedale.

Il sostituto procuratore chiese allora un decreto di condanna penale con l’accusa di falso ideologico, in violazione del primo Dpcm varato dal governo Conte.

Ma lo scorso 27 gennaio il giudice si è espresso in favore della coppia. Secondo il giudice un Dpcm, ossia un Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri è un semplice atto “regolamentare”, che dunque manca della forza normativa per costringere qualcuno a non uscire di casa.

Per fare ricorso sulla sentenza il pubblico ministero avrebbe dovuto presentare opposizione in appello entro 15 giorni dall’emissione della sentenza, ovvero prima della scadenza lo scorso 4 febbraio. Ma il magistrato ha lasciato trascorrere i termini e il caso di giurisprudenza potrebbe costituire adesso un precedente, anche se di merito e non di Cassazione.

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